Nuova stretta sui colossi web, rivoluzione digitale Ue

Si annuncia a Bruxelles un nuovo braccio di ferro tra le grandi piattaforme del web e la Commissione Ue, che non mancherà di influenzare pesantemente anche le relazioni tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, nonostante  il sospiro di sollievo per la vittoria di Joe Biden.

Il 9 dicembre Bruxelles si appresta a presentare una rivoluzione normativa per contrastare i comportamenti dannosi dei “Gatekeepers” e regolare la concorrenza che le dimensioni gigantesche dei colossi di Internet e il loro sviluppo a ragnatela rendono ormai impraticabile.

 

Due pilastri di una strategia

Il Digital Market Act (Dma) e il Digital Services Act (Dsa)  sono i due pilastri della nuova strategia, che sarà illustrata il 9 dicembre prossimo, per creare ”un’ Europa adatta all’era digitale”.

Il Digital Market Act conterrà un insieme di norme e regole comuni che aggiornerà quelle ormai preistoriche della Direttiva sull’e-commerce del 2000, per fermare lo strapotere dei GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), diventati così grandi da impedire la presenza di attori piu’ piccoli sul mercato e il rispetto delle piu’ elementari regole di libera concorrenza.

Stop alle posizioni dominanti

L’obiettivo è di regolamentare la nuova dimensione attraverso norme eque e condivise, prevedendo però anche l’uso di sanzioni credibili e proporzionate nel caso di violazioni e di abuso di posizioni dominanti sul mercato. La proposta della Commissione europea includerà la possibilità di imporre multe e di arrivare in circostanze estreme alla ”separazione strutturale” dei servizi, colpendo i colossi smembrando, ad esempio, la grande quantità di dati accentrata nelle loro mani.

Ma il problema non è tanto la dimensione di un’azienda e l’esecutivo non intende prendere di mira una società specifica piuttosto che un’altra. Quello che succederà ai gatekeeper avrà i tratti di quanto sperimentato dalle grandi banche dopo il crack finanziario del 2008 ha dichiarato il commissario Ue al mercato interno Thierry Breton, in una recente intervista all’Ansa.

”Così come ci siamo accorti che quelle banche troppo grandi per fallire potevano mettere a repentaglio l’economia e abbiamo chiesto più obblighi, oggi ci accorgiamo che ci sono piattaforme sistemiche che forse sono diventate troppo grandi per curarsi del loro impatto sulla società e la democrazia”, ha sottolineato Breton.

Arginare le fake news, obbligo di trasparenza per gli algoritmi

E proprio l’impatto sulla nostra democrazia e l’autodeterminazione dei cittadini è il fulcro delle preoccupazioni a cui le nuove regole del Digital Service Act intendono rispondere, che si aggiungeranno a quelle introdotte con il Gdpr per la protezione dei dati personali.

Nessuno chiede più controlli sui contenuti da parte delle piattaforme, che potrebbe rivelarsi un boomerang in termini di censura di legittime manifestazioni di pensiero, quanto più trasparenza sugli algoritmi e meccanismi vincolanti di notifica e di azione per i contenuti illegali on line.

L’equilibrio a cui si tende è di mettere un argine al dilagare di hate speech e notizie false, senza compromettere la libertà di espressione, ma con un paletto ben preciso: ciò che è illegale offline, lo è anche online e in quanto tale va rimosso, e nei casi piu’ gravi perseguito dalla giustizia. Un equilibrio non semplice, anche perche’ ogni Stato ha la sua legge in materia di hate speech e ciò che e “illegale” in un paese e potrebbe non esserlo in un altro.

Non facile anche l’obiettivo di limitare la valanga di fake news, che inonda quotidianamente i social network, favorendo la diffusione di posizioni anti-scientifiche e complottistiche.

La Commissione Ue punta il dito sulla commistione tra la pubblicità e i contenuti veicolati dai Gatekeepers, di cui gli algoritmi rappresentano l’anello cruciale.

Spezzare la catena fra contenuti e pubblicità

Il dubbio è che la vendita di maggior pubblicità, e quindi più introiti,  spinga i colossi del web a selezionare i contenuti non solo in base ai parametri e alle tendenze soggettive, ma anche in base al guadagno che una risposta può ottenere, minando irreversibilmente – ha spiegato all’Europarlamento la commissaria per la concorrenza, Margrethe Vestager – ”la nostra comprensione condivisa di ciò che è vero e ciò che non lo è”.

Il Digital Service Act intende imporre alle grandi piattaforme l’obbligo della trasparenza per gli algoritmi dei social network, oggi protetti da segreto commerciale. La proposta dovrebbe contenere anche la possibilità di opt-out per gli utenti e una stretta al microtargeting, cioè l’invio di messaggi pubblicitari su misura in base ai nostri comportamenti online.

La sfida di Bruxelles è aperta e ambiziosa e potrebbe spingersi fino ad imporre ai colossi del web l’interoperabilità, vale a dire la possibilità di comunicazione tra due piattaforme digitali di proprietari diversi che oggi rappresentano mondi chiusi con l’offerta di più servizi in un unico ecosistema: Google collega le sue mappe ai risultati del motore di ricerca, Facebook mette in contatto i suoi utenti con la stessa applicazione di messaggistica.

La rivoluzione digitale della Ue potrebbe avere l’effetto di un terremoto per i colossi del web.

 

 

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