Buone pratiche danno buoni frutti, ecco l’Italia nemica del caporalato

Se la frutta e gli ortaggi che acquistiamo parlassero, conosceremmo meglio le condizioni di vita delle persone che li hanno raccolti nei campi. Situazioni di sfruttamento che di tanto in tanto le cronache riportano in primo piano, ma che ogni giorno si ripetono senza variazioni. Uno scenario ben documentato dallo studio ‘BeAware – Best Practices against Work Exploitation’ (Buone pratiche contro lo sfruttamento in agricoltura), promosso dal Milan Center for Food Law and Policy, l’Osservatorio sul diritto al cibo nato con Expo Milano 2015 e presieduto da Livia Pomodoro, tra l’altro, già presidente del Tribunale per i minori di Milano.

Lo sfruttamento non è un’esclusiva italiana

Lo sfruttamento dei braccianti agricoli non è certo una esclusiva italiana. Al contrario. L’Italia, assieme al Regno Unito, è l’unico paese europeo ad avere approvato una normativa (legge 199/2016) contro il ‘caporalato’ in agricoltura, documenta il dossier presentato a Roma il 3 ottobre 2018. Non solo. Proprio nel Bel Paese, dove il lavoro nero riguarda 400mila braccianti, emergono esperienze positive nel perseguimento delle buone pratiche in agricoltura. Tra le 35 storie esemplari elencate dal rapporto europeo, ben 16 sono italiane.

Le buone pratiche italiane

È un album piacevole da sfogliare, quello che elenca i modelli esemplari italiani. Racconta l’impegno di aziende agricole e di distribuzione, associazioni sindacali e caritatevoli attive lungo tutta la Penisola.

Ne fa parte, ovviamente, Coop Italia. Il leader italiano della grande distribuzione ha iniziato nel 1998 a combattere l’illegalità nelle filiere agricole. Dapprima sui prodotti a marchio Coop, poi dal 2014 su quelli di tutti i fornitori di ortofrutta.

“Buoni e giusti”, la campagna della Coop

Due anni fa ha rilanciato con la massiccia campagna ‘Buoni e giusti’, contro caporalato, lavoro nero e sfruttamento. Un sistema che prevede la sottoscrizione del Codice etico da parte dei fornitori (poi oggetto di ispezioni e verifiche).

 

Il più grande orto d’Italia

Tra i produttori spicca la cooperativa Finagricola nella piana del Sele, in provincia di Salerno. Una struttura definita ‘il più grande orto d’Italia’, che vende 33mila tonnellate di ortaggi, curandone l’intera filiera, dal seme alla consegna a scaffale. Campione nel rispetto dei diritti e delle sicurezza dei lavoratori, è anche un modello esemplare nella comunicazione con i dipendenti, che hanno a disposizione una cassetta in cui inserire segnalazioni anonime su eventuali cause di malcontento.

 

Un’esperienza positiva nella Piana di Sibari

Un bel modello di impresa che opera – in Calabria – nella legalità e in accordo con i sindacati, è la Campoverde agricola, un colosso che nella Piana di Sibari produce frutta fresca e trasformata, per un fatturato di 31 milioni di euro (nel 2013).

Leader nella produzione di meloni e angurie e nel rispetto dei lavoratori è poi la Francescon di Rodigo (Mantova), con altri siti a Licata e in Senegal. Con un Codice etico che detta comportamenti virtuosi nei confronti dell’ambiente e dei lavoratori, ha manodopera stagionale indiana, assunta con regolare contratto e offerta di alloggio. Un responsabile sindacale media le eventuali controversie. Condizioni che hanno portato oltre la media la produttività dei braccianti.

 

Il Progetto Presidio della Caritas

Nell’ambito associativo compare la Caritas, che dal 2014 ha attivato il Progetto Presidio, istituendo postazioni presso i luoghi in cui si concentrano i migranti impegnati nel lavoro agricolo. Offre assistenza sanitaria, legale e aiuti per documenti di soggiorno e contratti di lavoro.
Con obiettivi simili, ma metodi laici, opera dal 2010 il Sindacato di strada e il Camper dei diritti di Flai-Cgil, che in sostanza realizza sportelli sindacali itineranti per raggiungere i braccianti nei luoghi in cui vivono e lavorano.

Anche lo Stato fa bella figura. Tra le buone pratiche c’è la legge 199/2016 che intensifica i controlli e prevede la confisca dei terreni alle aziende responsabili di caporalato, il Protocollo sperimentale varato in attesa della legge, la Rete del lavoro agricolo di qualità istituita dall’Inps nel 2014, che registra le imprese in regola con i contributi e mai condannate per reati in materia di lavoro. Un database però ancora acerbo: conta 3.500 iscritti, ancora meno dell’1% del totale. E compare persino il sistema Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, attivo dal 2002.
Premiata dalla selezione risulta anche Trentino Frutticolo Sostenibile, la efficiente organizzazione del lavoro gestita dalla Provincia autonoma di Trento per mediare tra i braccianti stranieri e i coltivatori di mele.

L’Italia compare poi come co-protagonista in progetti internazionali, come Raise Up, attivo fino al 2019, per contrastare in Italia il lavoro nero in agricoltura dei lavoratori bulgari e macedoni, anche operando nei luoghi di partenza. Dei 45mila bulgari residenti in Italia, infatti, 24mila sono impiegati come braccianti stagionali. Il progetto è stato preceduto da un protocollo siglato nel 2016 tra Italia e Bulgaria per creare un punto informativo bulgaro per orientare i lavoratori diretti in Italia. E analogo protocollo è stato siglato tra Italia e Romania nel 2014, con focus nel Foggiano.

Altro progetto internazionale è ‘AAGREE, Diritti del lavoro agricolo per fermare lo sfruttamento dei lavoratori stranieri’, tra Italia, Spagna e Romania, mirato a studiare il fenomeni dello sfruttamento. Per il nostro paese il lavoro sul campo, avviato nel 2014 e durato due anni, è stato gestito dalla Cgil e si è concentrato sull’area di Latina, dove i braccianti sono però quasi esclusivamente indiani.

My mobility manager, infine, è un altro progetto di consulenza in tema di diritti ai lavoratori bulgari e rumeni migrati per lavoro in Italia, Belgio, Danimarca, Irlanda e Regno Unito. Finanziato con fondi europei nel 2012, ha funzionato dal 2014 per un anno. Referente per l’Italia era l’associazione International University College di Torino.

Il documentario Altri Raccolti

A corredo dello studio ‘BeAware – Best Practices against Work Exploitation’ merita attenzione il documentario AltriRaccolti, il web-documentario di River Journal Project, realizzato dai giornalisti Marzio Mian e Nicola Scevola e dai fotografi e film-maker Massimo Di Nonno e Nanni Fontana

Attraverso cinque sezioni relative alle criticità in agricoltura, correlate alla produzione di altrettanti prodotti agricoli (pomodoro, olive, arance, ortaggi e uva), il documentario snocciola con interviste, filmati e bellissime immagini, testimonianze su come praticare la via della legalità e dell’inclusione in ambito agricolo. Da lavoro nero, caporalato, ghetti di baracche, sfruttamento c’è ancora una via d’uscita. Il documentario è visibile gratuitamente sul sito di AltriRraccolti.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto