“La Genovese”: giornalisti coraggiosi e sconfitti raccontati da Enrico Fierro

Ci sono libri facili, libri difficili e libri di grandissima difficoltà.

Enrico Fierro, giornalista e inviato di molti giornali e da ultimo de “Il Fatto quotidiano”, ha scelto di misurarsi con il compito più arduo. La Genovese Una storia d’amore e di rabbia (Aliberti editore, 217 pagine, 17 euro) racconta una doppia epopea, quella di una professione che è fallita e di un’Italia che ha sperato in un riscatto, nel giorno in cui si aprì una grande ferita nella terra del Sud, ma tornata “peggio ‘e primma”, non appena il Potere riconquistò i suoi spazi e impose di nuovo le antiche regole.

La trama di Enrico

Il racconto parte dall’oggi, da un giornale da riposizionare e da una direttora (che forse possiamo anche intuire chi è, ma è ininfluente dirlo, perché è un “carattere” più che una persona) che non gradisce articoli che scavino dietro l’apparenza dei nuovi ricchi da incensare. Un mondo in cui la cucina, il giornalismo, la televisione si uniscono per raccontare la versione edulcorata del “paese dei balocchi”.

Frank, un giornalista che di americano ha solo il nome, frutto di un’imposizione di uno zio emigrato e diventato ricco, ha ancora il vizio – invece – di raccontare ai lettori quel che vede e quel che sa, senza le lenti “rosate” che amano ormai i suoi capi. E mal gliene incoglie, perché il giornalista è uno che non sa adattarsi ai tempi.

Come scrive Fierro nella dedica in testa al libro c’è “chi è rimasto indietro perché era più avanti degli altri”.

Frank è avanti o indietro?

Ma che Frank ormai è indietro non c’è dubbio. Lo è quando si trova a raccontare la presunta “missione di pace” degli italiani nei Balcani, che invece semina lutti e sofferenze, e quando spera che dalla terra frantumata dal terremoto del 1980 possano sgorgare giganti che rimettano le cose a posto.

Per qualche mese, in effetti, è come documentano i giornali, stesi come dei panni, nella piazza centrale del paese, davanti alla stazione.

Sono fogli che l’edicolante colto, Peppino Matarazzo, ritaglia da anni, conservando i migliori articoli dei migliori inviati, che regala poi a Frank per insegnargli cos’è il mestiere di chi scrive. O come dovrebbe essere perché – spariti i santoni di un tempo – anche il giornalismo è diventato “accomodarsi”, in una trasformazione non voluta ma subita.

Una malinconia grande coglie il lettore del racconto di Fierro, specie per chi sa di quali mondi parla. E di quale politica. Dai ras democristiani, a Berlusconi, ai potenti che sono arrivati dopo.

Non c’è cambiamento, perché la logica vincente è una sola, quella del potere.

 

La Genovese salvifica

Ma nel finale Frank si salva con La Genovese, un piatto antico del Sud e non della Liguria come si crede, che viene cucinato con la ricercatezza di un rito, come faceva la mamma del giornalista (e forse anche quella di Enrico).

 

Un mestiere e un paese

Così, concludendo con un piatto “nobile” della domenica e delle feste, Fierro racconta insieme la crisi di un mestiere e di un Paese. Eppure finché ci saranno quelli che sentono e scrivono come lui non tutto è perduto.

 

 

 

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