“Il giro della verità”, romanzo di Fabio Bonifacci, uno sceneggiatore-scrittore

Non poteva essere che così. Il romanzo, in realtà, è un film. E non solo. È una ricerca psicologica, un manuale per non incorrere in sciocchezze quando si tenta di educare un figlio, è uno studio antropologico, è, infine, una lieve e allo stesso tempo profonda storia di ordinaria normalità.

Essendo abituato ai suoi utilissimi insegnamenti, mi accorgo di non voler smettere mai di leggere queste lezioni di vita. Fabio Bonifacci (nella foto) è un notissimo sceneggiatore e l’unico maestro di scrittura – plot, storie, marchingegni, dialoghi – a gratis. Regala pillole e tomi di sintassi, grammatica, letteratura e sembra essere felice di tutto ciò che offre non sapendo – o sapendo benissimo – che la verità va raccontata con sincerità ed onestà, ovvero quello che lui fa regolarmente in famiglia, nelle interviste, nelle cose che scrive.

Non è vero che “Il giro della verità” è il suo primo romanzo. Fabio ha già scritto “Anni di pongo”, una riflessione saggia sugli anni Ottanta e le aberrazioni inevitabili e il romanzo “Amore, bugie e calcetto”, una storia con la S maiuscola non capita dal marketing.

 

“A questo romanzo voglio molto bene…”

Sentiamo cosa ne dice l’autore: “A questo romanzo voglio molto bene, nonostante il titolo e il suo essere un “figlio di marketing”.

È andata così: avevo scritto un film e mi hanno chiesto il romanzo. A me in genere queste cose non interessano, amo i libri e non mi piace pensarli come gadget di un film. Ma su questa storia avevo da dire tante cose che nella sceneggiatura non erano entrate, e poi da 20 anni volevo scrivere romanzi. Così ho pensato “Li frego. Fingo di fare un gadget e scrivo un romanzo vero”.

Mi sono buttato: mesi e mesi di lavoro, tormenti, pezzi di anima in gioco, strazi, fatiche, estasi, riscritture. Insomma, tutto l’armamentario.

 

“Secondo me è un romanzo vero…”

Alla fine secondo me è sul serio un romanzo vero, e pure bello. Ma poi è tornato fuori il marketing: bisognava tenere il titolo (bruttino per un film, mortale per un romanzo), la copertina uguale al manifesto, la fascetta con gli attori. Morale, quando il libro è uscito, nessuno l’ha considerato come romanzo vero: per tutti quello era il gadget di un film. Così ho capito tre cose. Che il marketing è più forte di me. Che sono un pirla a non averlo capito prima. E che se sogni per 20 anni di scrivere un buon romanzo e poi quando lo fai sembra un gadget, ti viene una bella depressione…

Ma per la depressione non sono portato, in genere reagisco facendo una cosa folle. Così ho deciso che il protagonista, Antonio Minelli detto “Il Mina”, fuggiva dal romanzo perché voleva vivere una vita autonoma. È iniziato un delirio: per mesi il Mina ha imperversato sul web, trovando amici, fan e persino lavori in tempi di crisi! Ad esempio ha presentato a Milano l’ultimo disco degli Afterhours: 1000 persone accalcate, e la voce del Mina che dal nulla faceva domande alla band. Ero io, inginocchiato nel gabbiotto del fonico, che mi spacciavo per il mio personaggio! È stato tutto molto divertente. Poi, quando il Mina è stato invitato a presentare una sfilata di moda con un cachet non disprezzabile, ho capito che il gioco era finito: o io iniziavo una nuova carriera o Mina moriva”.

 

Il primo di una serie

Dicevamo degli altri lavori e della fatica. È vero altresì che questo, edito da Solferino 2020, sarà il primo romanzo di una serie, un inizio felice che apre prospettive certe. Perché quando al centro della storia c’è la verità, beh allora, o sei capace di trasmetterla o è meglio si cambi mestiere. Fabio non deve cambiare mestiere perché ti aggancia nei sentimenti, ti commuove e diverte, ti insegna e impara dai grandi errori dei suoi protagonisti, ti coinvolge nelle storie facendo diventare quei ragazzi tuoi figli, te stesso, i tuoi amici della gioventù.

Se nel suo lavoro di maestro ha insegnato a scrivere a chiunque, qui occorre recepire i suggerimenti che dà nel vivere la vita. Semplicemente. Ma quanto è difficile capire quando si deve fare una cosa e quando invece sacramenti di brutto perché non riesci a entrare in sintonia coi tuoi figli, essere padre e marito giusto …

 

L’opinione di Claudio Bisio

Claudio Bisio, l’attore che ha interpretato Fabio Bonifacci in un film (Benvenuti al Nord) gli dedica una presentazione scabra e intensa: “Dicono che scrivere film di successo e un ottimo romanzo sia molto difficile. Il libro di Fabio ne è la smentita perfetta: una storia che ti prende e non ti molla fino alla fine. E un ritratto vivo e autentico di figli e genitori di oggi”.

“E così, dopo 17 anni e 10 mesi vissuti più o meno da bravo ragazzo, Lele si trovò davanti alla Questura dove indagavano per l’omicidio che aveva commesso.” Comincia così, Fabio, a raccontarci la storia di questo ragazzino che si trova coinvolto in una vicenda più grande di lui e che coinvolge i genitori, una Bologna trasognata e un gruppo di ragazzi che avranno una parte importante nella trama.

Molti lettori hanno colto l’invito dell’autore di scrivere le loro impressioni e occorre dire subito che ne hanno amato i contenuti e sono diventati empatici, come Fabio, nei confronti dei protagonisti del libro.

 

Il contributo dei lettori

Scrive Luca De Biase nel suo blog: Il motivo per cui questo romanzo non è soltanto un grande godimento ma un’esperienza importante per chi vuole sapere come sta la nostra società è la sua precisione nella descrizione dei personaggi e nella dovizia di dettagli che si riconoscono come palesemente veri. Quando un romanzo si fa adottare perché chiaramente serve a vedere quello che abbiamo sotto gli occhi ma non abbiamo la pazienza di guardare, allora quel romanzo supera sé stesso e genera una realtà aumentata, non da qualche software ma dall’immaginazione. La letteratura è una forma di ricerca. I ragazzi cercano l’amore e trovano la finzione. Si mettono nei guai e si avvitano in una spirale che fa soffrire il lettore come un cane per quanto sembra tragicamente ineluttabile. Non seguono la linea del conflitto con la società degli adulti, non i ragazzi di oggi. Hanno addirittura una sorta di fiducia negli adulti, sebbene capiscano che i linguaggi e gli interessi sono molto diversi. Quello che spiega la loro sofferenza è la stessa condizione umana che spiega come, allo stesso tempo, siano disperati gli adulti. La frantumazione dei ragazzi che incontrano la realtà e la sfuggono nella finzione è parallela alla distruttività degli adulti.

Non c’è conflitto, ma un comune destino. E nel male, come nel bene, se ne esce con l’invenzione della verità. Chiunque sia impegnato a capire come ricucire le storie dei ragazzi e delle ragazze con quelle dell’insieme della società in questo tempo che sembra essersi dimenticato della responsabilità di dare una prospettiva ai giovani, forse, dovrebbe leggere questo libro di Fabio Bonifacci. Per trovare ispirazione.

La professoressa che ricuce

Ancor più chiaro nel suo post scriptum: E poi per quelli che sono preoccupati delle dipendenze dai social media, il confronto con i problemi di droga è un buon modo per ritrovare il senso delle proporzioni. In entrambi i casi, certo, si tratta di attività che chiudono la mente nella finzione. Non sono esperienze ma sospensioni dell’esperienza. Lo spiega la professoressa del romanzo: una di quelle professoresse che ricuciono i rapporti tra i giovani e gli adulti raccontando storie vissute davvero con il linguaggio giusto e dimostrando un rispetto per i ragazzi pari al rispetto che testimoniano per la conoscenza.

Dunque, l’invito è chiaro: volete capire un po’ di più il vostro status di genitori? Leggetelo attentamente. E voi ragazzi, adolescenti e neo adulti, cercate in queste pagine piccole e grandi verità: le troverete.

Buona lettura.

 

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