“Il boss”: colpisce il libro su Liggio e la mafia al Nord

La storia parte da due sequestri di persona d’inizio anni Settanta, quelli di Pietro Torelli, vigevanese, e di Luigi Rossi di Montelera, di Torino. È il periodo in cui la macchina dei rapimenti, che arriverà ad abbracciare due decenni, entra in pieno rodaggio e fa guadagnare a Cosa nostra miliardi di lire soprattutto in banconote di piccolo taglio. Qualche tempo dopo, la mano passerà alla ‘ndrangheta, ma qui, nelle pagine del libro “Il boss – Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità” (Castelvecchi, 238 pagine, 17,50 euro), l’odore della mafia siciliana è imperante.

Il dibattito alle 18

Di questo si è discusso venerdì 30 marzo, a Bologna, con gli autori Antonella Beccaria e Giuliano Turone, con la moderazione di Sergio Caserta. Sono intervenuti anche Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, Andrea Speranzoni, direttore della collana Stato d’eccezione di Castelvecchi e avvocato di parte civile di molti dei familiari delle vittime della strage alla stazione.

I ricordi del magistrato che lo catturò

Doppia è l’ottica con cui viene raccontata la vicenda. C’è la ricostruzione giornalistica, affidata alla cronista Antonella Beccaria, e quella che cammina sul margine dell’indagine giudiziaria e del ricordo, seguita da Giuliano Turone (nella foto sopra). Il quale, da giudice istruttore, ha scritto un pezzo importante della storia d’Italia scoprendo, nel marzo 1981, le liste della loggia P2 di Licio Gelli, un diabolico coacervo di interessi criminali che puntava a prendersi il Paese intero cambiandone la forma, da Repubblica parlamentare a presidenziale.

Vecchia storia, quella della mafia al Nord

Ma Turone, prima, si era occupato tra l’altro del banchiere piduista Michele Sindona e, ripercorrendo a ritroso la sua carriera di magistrato, si arriva al 1974, quando in un’indagine serrata, coadiuvato da un pool di ufficiali della guardia di finanza a lui fedelissimi, arriva a catturare Luciano Liggio (nell’immagine sopra durante una celebre intervista a Enzo Biagi), che vive da anni a Milano sotto mentite spoglie e che gestisce avviate attività economiche proprio nel capoluogo lombardo. Di qui ne discende una considerazione naturale: stupirsi oggi delle infiltrazioni al Nord è puro esercizio di ingenuità dettato dalla mancata conoscenza dei fatti, quando non – nel caso peggiore – di ipocrisia.

Stragi, golpe e Cosa nostra

Ma dalle pagine di questo libro, che ha la prefazione dello scrittore Carlo Lucarelli, emerge anche un altro elemento. Nel periodo della sua lunghissima latitanza, il boss dei corleonesi che anticipò Totò Riina e Bernardo Provenzano era uccel di bosco fino a un certo punto perché, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, c’erano apparati dello Stato che sapevano benissimo dove si trovasse. Tra questi l’Ufficio Affari Riservati, proprio quello che, dalla strage di Piazza Fontana di avanti, così spesso sarebbe tornato nella storia della strategia della tensione. Furono anni di bombe, ma anche di golpe. Ai quali Cosa Nostra non fu affatto estranea.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto