Violenza sulle donne: la Corte europea condanna l’Italia

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito, che hanno poi portato all’assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie.

Si tratta di una condanna non “di principio”, ma concreta e per un caso specifico.

 

A Remanzacco, in privincia di Udine

I giudici di Strasburgo hanno emessa una sentenza che sarà definitiva fra tre mesi se le parti non faranno ricorso. La Corte ha stabilito che “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità  italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto, creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”.

Le ragioni della condanna dell’Italia

La Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali.

Il caso si riferisce a quanto avvenuto a Remanzacco, in provincia di Udine, il 26 novembre del 2013 quando il marito Andrei Talpis, un moldavo di 48 anni – ora in prigione – uccise il figlio diciannovenne di Elisaveta Talpis di 48 anni anche lei (nella foto qui sopra) e tentò di uccidere anche la donna.

Ripetute richieste di intervento alle autorità

Il delitto ebbe origine dalla denuncia della signora contro il marito e dalle ripetute richieste di intervento rivolte alle autorità anche da parte dei vicini.

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