Emorroidi: i 4 gradi di un male diffuso, cosa fare e a quali farmaci ricorrere

Le emorroidi sono un disturbo diffuso, che colpisce in ugual misura uomini e donne: si stima che circa il 90% della popolazione ne soffra almeno una volta nella vita. Un problema di cui spesso si preferisce non parlare, per pudore e per una certa ritrosia a farsi visitare dal medico. Con l’aiuto del dottor Ugo Elmore, Responsabile dell’Unità funzionale di Chirurgia mini-invasiva e Colorettale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano (nella foto in basso), vediamo di saperne di più.

Che cosa sono esattamente le emorroidi?

Si tratta di una patologia che interessa le strutture di sostegno del canale ano-rettale e che provoca lo scivolamento verso il basso (prolasso) del sistema venoso  del canale anale formando varici.

A seconda della gravità, si classificano in 4 gradi di livello: le emorrodi di primo grado sono dilatazioni varicose interne; quelle di secondo grado più accentuate, prolassano durante la defecazione, ma che si riducono spontaneamente. Nel terzo grado le varici, di discrete dimensioni, possono rientrare con riduzione manuale; nel quarto grado il prolasso è stabile e permanente.

Quali sono le cause?

“Il fattore predisponente per eccellenza è la stitichezza, che condiziona le modalità della defecazione, con lunghe sedute sul water e un prolungato effetto di spinta. Fattori secondari che possono contribuire all’insorgenza del disturbo sono diversi stili di vita come la sedentarietà, gli sforzi fisici, la stazione eretta prolungata, l’utilizzo costante di lassativi.

Discorso a parte è il periodo della gravidanza in cui molte donne soffrono di problemi emorroidari e le cause sono multifattoriali. Da considerare inoltre che anche le abitudini alimentari, il fumo di sigaretta e l’abuso di alcolici possono giocare un ruolo nell’insorgenza delle emorroidi”.

Quali sono i sintomi?

“La sintomatologia inizia in genere con una sensazione modesta di prurito e fastidio perianale. A mano a mano che si procede verso gli stadi più importanti si può avvertire un senso di peso e di “ingombro”, bruciore e dolore. Nei casi in cui la congestione e l’infiammazione è più accentuata, infine, ci possono essere perdite di sangue, di un caratteristico rosso vivo, che compaiono sia all’atto della defecazione sia al di fuori di esso”.

Che fare? Dà beneficio il caldo o il freddo? Ci sono farmaci a cui ricorrere?

“L’utilizzo del freddo o del caldo è molto soggettivo e comunque non ha particolare rilevanza nella gestione dell’aspetto clinico. Quello che si consiglia è fare lavaggi con acqua tiepida utlizzando un disinfettante (per esempio, a base di cloramina), in modo da mantenere ben detersa la regione anale: quando la sintomatologia è lieve può essere sufficiente questa misura.

Altrimenti, si può ricorrere a farmaci sia locali che sistemici assunti per bocca. Molto efficace, per esempio, può essere un trattamento locale a base di mesalazina, che favorisce la decongestion

Quali prodotti si devono evitare?

 Meglio evitare, invece, i prodotti che contengono cortisone: è vero che nell’immediato danno un beneficio molto rapido, ma alla lunga tendono ad irritare i tessuti e quindi a provocare un peggioramento dei sintomi. Non bisogna comunque dimenticare che i farmaci alleviano i sintomi ma non agiscono sulle cause che hanno dato origine alle emorroidi.  Pertanto per definire il trattamento più idoneo il suggerimento è di farsi consigliare da un medico specialista.

Altre misure per migliorare la situazione?

Oltre alla terapia specifica, è importante che il paziente abbia una defecazione regolare e che le feci non siano dure. Per questo è importante impostare un’alimentazione equilibrata, ricca di fibre ed acqua ed eventualmente integrare il trattamento con prodotti che favoriscano una corretta evacuazione e l’emissione di feci più morbide. Nella maggior parte dei casi, con questi accorgimenti il disturbo dovrebbe rientrare.

Qual è invece il campanello d’allarme che di solito spinge a rivolgersi a un proctologo? 

La maggior parte dei pazienti che si rivolge allo specialista lo fa in presenza di sanguinamento, un segnale che in genere spaventa molto. La visita del proctologo deve prevedere – oltre alla raccolta di dati sulle abitudini fisiologiche del paziente e sul suo stile di vita  – un’esplorazione rettale e una retto/anoscopia rigida, esame con cui si va ad indagare non solo il canale anale, ma anche gli ultimi 10-15 cm dell’ampolla rettale. Questo consente di escludere patologie più serie che potrebbero causare il sanguinamento e di evidenziare con certezza l’entità del prolasso. Lo specialista deciderà se è necessario ricorrerre ad esami strumentali di livello maggiore (colonscopia/Colon TC virtuale) se il quadro locale non giustificasse i sintomi riferiti dal paziente.

La rettoscopia è un esame invasivo?

Nella maggior parte dei casi è ben tollerato. Non è necessario eseguirlo in sedazione e non prevede preparazione intestinale per bocca. È sufficiente una preparazione locale, di solito costituita da due piccoli clisteri la sera prima e il giorno stesso dell’esame, con la finalità di tenere pulita l’ampolla rettale.

Quando è necessario intervenire chirurgicamente?

L’intervento, che va preso in considerazione per i gradi più gravi delle emorroidi, diventa indispensabile quando si ha un netto peggioramento della sintomatologia, ma soprattutto quando le crisi emorroidarie diventano talmente frequenti da condizionare la qualità della vita.

In che cosa consiste?

Le metodologie considerate più efficaci a livello internazionale sono sostanzialmente due: l’emorroidectomia classica (intervento secondo Milligan-Morgan), che consiste nell’asportazione delle emorroidi, e l’emorroidopessi (metodo secondo Longo), una tecnica che corregge e riposiziona il tessuto grazie ad un’apposita macchina suturatrice. Negli ultimi anni si stanno diffondendo anche altre procedure, come la THD (Transanal Hemorrhoidal Dearterialization)
in cui i rami emorroidari vengono individuati tramite guida doppler e successivamente legati per far diminuire l’iperafflusso sanguigno  ai cuscinetti emorroidari. Sta allo specialista consigliare la metodica più indicata al caso del paziente.

Quali sono i tempi di ripresa post-operatori?

Di solito,  i tipi di intervento sopra citati richiedono un ricovero ospedaliero con una sola notte di degenza: il paziente può fare ritorno a casa il giorno seguente, naturalmente con un trattamento farmacologico adeguato per controllare il dolore. La convalescenza, che dipende dal tipo di intervento eseguito, è in media 5-7 giorni (maggiore per l’emorroidectomia classica), in cui è opportuno stare a riposo. Nel giro di 7-10 giorni possono essere riprese le attività abituali.

Il disturbo può recidivare? Che fare, se capita?

L’incidenza di recidive è molto bassa e comunque queste non avvengono mai a breve distanza. Qualora, nel tempo, dovesse ripresentarsi il problema, si valuterà come intervenire, anche in base al tipo di intervento eseguito la prima volta.

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