Tetrapak e bag in box: per vino e olio sono meglio del vetro scuro?

Le nuove confezioni in tetrapak e bag in box (nella foto sotto) continuano a diffondersi, anche per contenere prodotti tradizionalmente confezionati in bottiglie di vetro. A favorirle è soprattutto la comodità d’uso: leggere, infrangibili ed economiche, sembrano la nuova frontiera del packaging. Meno nota è la loro attitudine a proteggere la qualità degli alimenti. Un dettaglio di grande importanza quando il contenuto è rappresentato da olio extravergine di oliva e vino, per i quali il rischio di ossidazione è una grave minaccia, con effetti anche sulle proprietà nutrizionali. A fare chiarezza sul tema provvedono due ricerche.

Salviamo l’olio di oliva dall’aria
Luce e calore come è noto sono i peggiori nemici dell’olio di oliva. Ma non gli unici. Quello più insidioso è l’ossigeno, e per arginarlo non basta conservare l’alimento al buio e lontano dal calore. Il ruolo cruciale lo gioca infatti la confezione. Per eleggere la migliore tipologia, un team dell’Università del Piemonte Orientale-Alessandria, guidato da Emilio Marengo, ha analizzato le proprietà nutrizionali e chimico-fisiche del medesimo olio stoccato in cinque diversi contenitori: bag-in-box, bottiglia di polietilentereftalato (PET), latta, bottiglia di vetro chiaro e bottiglia di vetro verde UVAG (ad alta protezione).

Il primato del vetro scuro
Il risultato delle analisi demolisce il mito dei nuovi contenitori alternativi al vetro scuro: bag-in-box, bottiglia di polietilentereftalato (PET), latta e persino la bottiglia di vetro chiaro si sono dimostrati meno efficaci nella conservazione delle proprietà dell’alimento, risultato più esposto all’ossidazione. Non solo: in certi casi i “nuovi” materiali cedono molecole pericolose per la salute, come avviene con il nichel, un metallo allergenico e tossico, rintracciato in maggiore quantità nei campioni conservati nella latta e nel bag-in-box. Nel confronto, emerge dunque la superiorità delle bottiglie di vetro UVAG (ad alta protezione): l’olio di oliva qui contenuto ha conservato la più elevata quota di antiossidanti naturali (quercetina) e di sostanze volatili, che ne accentuano gusto e profumo.

Il vino e i nuovi contenitori
Un discorso analogo emerge per il vino, la cui conservazione (e protezione degli antiossidanti) in vari tipi di contenitore è stata analizzata dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa, guidati da Gianpaolo Andrich. Il confronto si è giocato fra tre tipi di packaging – bag in box, tetra brik e vetro – nei quali sono stati confezionati vini di diversa sensibilità. In ordine crescente per contenuto di antiossidanti (e dunque sensibilità al contatto con l’ossigeno): un bianco, un rosè, un rosso novello e un rosso strutturato.

Ultima la bag in box
Tra i diversi imballaggi testati è il bag in box a segnare la peggiore performance: a causa della maggiore permeabilità all’aria esterna espone il vino all’ossidazione più degli altri contenitori. Per questo, per i vini così confezionati il consumo consigliato non supera mai un anno.
Al secondo posto si colloca il tetra brik, ma la migliore prestazione è della bottiglia in vetro, impermeabile all’aria, salvo che nel punto di tappatura. Anche questo “punto debole” è stato vagliato dai ricercatori, che hanno confrontato i diversi sistemi di chiusura in uso: tappo in sughero con e senza capsula, in plastica, in lattina, a vite. La migliore soluzione per proteggere il vino dall’ossidazione, conclude lo studio, rimanda alla tradizione: bottiglia in vetro con turacciolo in sughero e capsula. Conservando la bottiglia coricata, poi, il sigillo raggiunge la massima efficienza.

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