A Venezia “Orecchie”, film italiano costato soli 150.000 euro, parla il regista

“È morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Questo il messaggio che trova al mattino sul frigo il protagonista del film “Orecchie” di Alessandro Aronadio, presentato giovedì 1° Settembre in anteprima mondiale alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia numero 73, nell’ambito della Biennale College.

Peccato che lui non abbia assolutamente idea di chi sia questo Luigi e il suo risveglio sia funestato da un fastidiosissimo fischio alle orecchie. Su questo doppio binario -il tentativo di risolvere il problema del fischio alle orecchie e quello di scoprire chi possa essere Luigi- si snoda tutta la vicenda.

Inizia così per il protagonista una tragicomica odissea attraverso una Roma abitata dai più svariati personaggi: saggi e visionari, folli e appassionati, arroganti e sentimentali, ognuno perso dietro alla propria visione del mondo e alla ricerca della propria identità.

Un “on the road” a piedi che dura una giornata, una tipologia narrativa piuttosto comune nel cinema statunitense che il regista ha assunto, trasformandola secondo un gusto a noi più vicino. Come ha dichiarato nelle note di regia,“ “Orecchie” è una commedia sul senso di smarrimento, di scollamento dalla realtà che ci circonda. Un mondo che spesso appare folle, incomprensibile, minaccioso. Sul timore e il desiderio di anonimato che combattono continuamente dentro ognuno di noi.”
Ad Aronadio (nella foto in apertura), oltre che regista, autore del soggetto e della sceneggiatura scritta in collaborazione di Valerio Cilio, abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa di più sul suo film, che ha tutti i presupposti per diventare un piccolo cult.

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In che cosa consiste la “Biennale College Cinema”? E come sei arrivato al finanziamento del film?

La Biennale College è un progetto del Festival di Venezia, che seleziona ogni anno 3 o 4 progetti internazionali, a cui mette a disposizione un budget di 150 mila euro per realizzare il film. Nessun altro tipo di finanziamento aggiuntivo è permesso. Quest’anno sono stati selezionati un progetto indiano, uno argentino, un venezuelano e… un palermitano.
Per quanto riguarda le varie fasi: con la produttrice Costanza Coldagelli di Matrioska abbiamo fatto domanda per la selezione, mandando una quantità di materiale enorme. Avendo superato  la prima selezione (mi hanno detto che in queste edizione le domande, provenienti da tutto il mondo, sono state 350), siamo stati tra i 12 team (produttore+regista) invitati a un workshop di 10 giorni, in cui abbiamo discusso del nostro progetto con sceneggiatori e produttori internazionali. Alla fine del workshop, ho avuto circa un mese per scrivere una prima stesura della sceneggiatura, sulla base della quale  a fine novembre sono stati scelti i progetti.

Tu hai detto che  nel film c’è un “gusto quasi ebraico” di usare un tema infinitamente piccolo per parlare con leggerezza di temi infinitamente grandi.  “Orecchie” è una commedia che ha affinità con la comicità di Woody Allen. Quanto questo è stato consapevole e quanto ha influito la tua formazione internazionale?

Mah, siamo sempre il frutto di quello che leggiamo, che studiamo, che guardiamo. Credo che in questo senso “Orecchie” sia uno strano mash up dei miei gusti schizofrenici: comiche mute degli anni ’40, commedie americane e scandinave contemporanee, e sitcom per lo più animate.

Il film è in bianco e nero. Come mai questa scelta?

Semplicemente perché quando chiudevo gli occhi ad immaginare le scene del film, mi apparivano sempre in bianco e nero. Per una settimana ho provato a forzarmi a pensare di fare il film a colori e, semplicemente, non mi apparivano più immagini nella testa. Una sorta di istinto che ho deciso di seguire. E poi una scelta fotografica simile, a mio avviso, aggiunge più verità a una commedia che di per sé può essere erroneamente letta come surreale o allegorica, mentre per me è profondamente radicata nella realtà in cui viviamo.

Quando hai scritto il soggetto pensavi di fare una sorta di saggio filosofico per immagini sul senso della vita e sulla nostra incapacità di entrare in comunicazione con gli altri, o sei partito da presupposti differenti?

Guarda, non so ancora bene cosa sia “Orecchie”, ma è esattamente il film che volevo fare fin da quando ho cominciato a scriverlo…

Protagonista del film è l’esordiente Daniele Parisi, ma sono presenti anche molti nomi noti. Che ci racconti sulla scelta degli attori e sui cammei delle celebrità?

Daniele Parisi era già nel mio primo film, protagonista di una scena molto bella, ma che purtroppo ero stato costretto a tagliare per questioni di ritmo complessivo. Da allora, paradossalmente, siamo diventati molto amici e l’ho seguito nella sua carriera teatrale.

I suoi spettacoli sono veri e propri “one man show”, mostruose dimostrazioni del suo talento. Arrivato alla preparazione di “Orecchie”, avevo inizialmente provinato Daniele per un altro ruolo, ma è stato quasi subito evidente che sarebbe stato perfetto come protagonista. E allora ho scritto il ruolo per lui.  Anzi, scherzando (ma non troppo…), a un certo punto gli ho detto che avrei voluto fargli interpretare tutti i ruoli del film.

Per quanto riguarda gli altri attori del cast: Piera Degli Esposti, Pamela Villoresi, Rocco Papaleo, Massimo Wertmuller, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, “Orecchie” più che un low budget è stato un “love” budget. Tutti gli attori sono venuti  – gratuitamente – perché si sono innamorati di questo piccolo film. E spesso sono stati loro a proporsi di partecipare al progetto, sorprendendo me e la casting Gabriella Giannattasio.

Il personaggio di Philippo, il rapper, sottolinea che la vita è semplice e per questo la gente come il protagonista, abituata a pensare e a sviscerare, ci si trova male. C’è una qualche critica agli intellettuali? Una esortazione a non prendersi troppo sul serio e riscoprire aspetti più semplici dell’esistenza?

Direi di sì. Quella scena trasuda un senso di sconfitta, anche personale, rispetto al razionalismo e al tentativo di iper-analizzare le cose. Tutto comunque viene mitigato dalla solita ironia di “Orecchie”. Non a caso  questa sorta di lezione viene messa in bocca a Philippo, un diciassettenne filippino star del rap, che elogia la semplicità e s’è innamorato dello “Straniero” di Camus, da cui vuole  scrivere un concept album. Da ateo, devo dire che alla fine ne escono meglio i credenti dei filosofi, in questo film.

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