Caso Crocetta: i giornalisti dell’Espresso indagati “non rispondono”

Ora l’indagine è a carico dei giornalisti dell’Espresso, Piero Messina e Maurizio Zoppi, accusati dalla procura di Palermo di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Per Messina c’è un’ulteriore accusa, calunnia, perché – sentito nel pomeriggio con il collega – ha indicato anche una fonte che però ha smentito di aver passato alcunché al settimanale.

“I due giornalisti – secondo quanto riporta il sito dell’Espresso – si sono avvalsi della facoltà di non rispondere”. Il sito del settimanale dà la notizia senza commentarla. Sulla questione anche il consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Sicilia ha avviato una indagine conoscitiva.

Questo capitolo si aggiunge a una vicenda già complicata e che rischia – o ha rischiato molto da vicino – di far saltare la Regione Sicilia. Vediamo perché.

Tutto nasce da una frase intercettata

L’intercettazione c’è, ma non nella disponibilità dell’Espresso, che tuttavia ne conosceva esistenza e contenuto da maggio 2014, ma che ha atteso oltre un anno, fino al luglio 2015, a darne notizia per non danneggiare le indagini. E lo ha fatto dopo l’imprimatur di un “autorevole inquirente” che dà “una conferma totale e chiara, assieme all’invito a procedere con la pubblicazione: ‘Questa volta si va fino in fondo'”. Perché allora la procura di Palermo prima e quella di Caltanisetta poi, competente quando si palesano ipotesi di reato formulate a carico di magistrati del capoluogo, smentiscono l’esistenza della frase contro Lucia Borsellino, che “va fatta fuori. Come il padre” detta dal primario Matteo Tutino al presidente della Regione Rosario Crocetta senza che questo fiati? Perché non risulta agli atti dei filoni d’indagine aperti sulla sanità gestita dal primario ospedale Villa Sofia Matteo Tutino, in rotta con l’assessore Borsellino?

 

“Registrazioni realizzate da apparati”

A dar retta al giornale online Fanpage.it, “quelle intercettazioni sarebbero state realizzate da apparati che si sono mossi prima dell’autorizzazione da parte del giudice”. I carabinieri del Nas a cui era stato affidato il compito di intercettare Tutino e che, per zelo, hanno agito prima dell’imprimatur della magistratura rendendo inutilizzabile quella conservazione come elemento di prova? Forse, per quanto il termine “apparati” più spesso sia riferito a strutture di intelligence che si muovono al di fuori delle disposizioni del codice di procedura penale, quelle che prevedono la richiesta di un pubblico ministero e l’avallo di un gip, per cui di un giudicante.

“Mani, manine e manone” che tornano sulla ribalta politica

Comunque sia, scrive ancora Fanpage.it, “qualcuno ne ha custodito copia fino al 16 luglio scorso, giorno in cui ‘facce che non si vedevano a Palermo dai tempi di Andreotti’ sono intervenute per assicurarsi che quel nastro – ottenuto chissà come – non fosse più disponibile. Ed è la stessa Rita Borsellino che lascia intendere che ci sia una mano romana dietro quanto accaduto affermando che ‘tutto questo nasce a Palermo ma anche altrove'”. Sembra davvero – a leggere di mani, manine e manone – di essere tornati all’epopea andreottiana, dove alterazioni di prove, documenti che scomparivano o comparivano, depistaggi e opportunità politiche lasciavano intendere manovre dietro la divulgazione di notizie imbarazzanti per qualche personaggio in vista.

Una versione più edulcorata era già stata pubblicata

Per l’Espresso, però, stando alla propria versione dei fatti, tutto si consuma a Palermo, dove già il quotidiano La Sicilia aveva anticipato – senza essere smentito – qualcosa del genere. In quel caso, però, la frase auspicava di “far fuori politicamente” Lucia Borsellino, ormai nemica giurata del sistema sanità siciliano (e del malaffare che da sempre gli ruota intorno). Certo, la presenza di quell’avverbio, “politicamente”, e l’assenza di un pezzo, “come suo padre”, rende meno fosca l’affermazione. Ma tra Palazzo D’Orléans e Palazzo dei Normanni qualcuno comunque si deve essere innervosito. Tanto che – scrive l’Espresso citando l’Ansa – “l’hanno fatto sapere a Lucia Borsellino, a me (Pippo Digiacomo, presidente della Commissione sanità, ndr), a Crocetta e altri. Appunto, da tempo (si sapeva di una ‘intercettazione imbarazzante’, ndr). Ne ho parlato col presidente la settimana prima della pubblicazione”.

Vicinanza: “La causa da 10 milioni? Non ci spaventa”

Di certo, tutti questi elementi danno qualche elemento per orientarsi almeno a spanne in una storia che ancora deve essere chiarita. Una storia che, con ogni probabilità, approderà in aule di tribunale, data la richiesta di 10 milioni di risarcimento danni avanzata contro l’Espresso dal presidente Crocetta e una querela annunciata contro il Fatto Quotidiano. “Non ci spaventa”, scrive Luigi Vicinanza, direttore del settimanale nel numero in edicola. “La causa può diventare l’occasione processuale per comprovare la piena correttezza del comportamento del giornale e fare definitiva chiarezza su quanto è avvenuto. Uno squarcio di luce oltre il rumore della propaganda interessata”.

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