Carmelina Prisco, una vita spericolata in terra di camorra (video)

Quando andò a testimoniare, i carabinieri sulle prime pensarono che fosse pazza. “Dottò, qua c’è una che forse non sta bene, dice che può riconoscere il killer”, spiegarono al giudice titolare dell’inchiesta. Perché a Mondragone, terra di camorra, uno che sa e parla con “la legge” è considerato da molti – non da tutti – una sorta di scherzo di natura. Così in caserma le domande fioccavano come quando nevica fitto. Le prime non riguardavano i tratti, la statura, gli eventuali segni particolari dell’assassino.

aaaafotointerna

Riguardavano lei, Carmelina Prisco (nella foto), insegnante di scuola materna con molti altri lavori alle spalle, carattere e lingua affilati come una lama, coraggio da vendere.

“Ma lei da quando è arrivata a Mondragone?” “Ci sono nata, marescià” “Ma la sua famiglia da dove viene?” “È a Mondragone da sei generazioni, marescià”.

 

La maestra era proprio strana

Carmelina era proprio strana. Non solo era andata in caserma senza che nessuno glielo chiedesse, ma era stata proprio lei ad avvertirli, quando in quella traversa della Domiziana, a due passi dal mare, c’era ancora gente che gridava e scappava. E per convincere gli uomini in divisa che non si trattava di uno scherzo, aveva compitato, quasi sillabandoli, nome e cognome. Carmelina Prisco, nata e cresciuta in terra di camorra.

 

In terra di camorra, una rosa nel deserto

Il magistrato che la ascoltò l’ha definita “una rosa nel deserto”. Si chiama Raffaele Cantone, e oggi è il capo dell’Authority anti-corruzione. Sono passati 12 anni e Carmelina non ha ancora finito di pagare per la sua anomalia. L’uomo che ha riconosciuto è stato condannato all’ergastolo. Fine pena mai. Lei oggi vive all’estero con la madre e la sorella. Il suo sgarro, aver denunciato un crimine, è di quelli che la camorra non perdona, ma lei se ne è andata per cercare un lavoro e ricostruirsi una vita. Non per paura. “nche per me il ‘fine pena’ è mai”, racconta dalla località dove vive con madre e sorella, arrangiandosi come può.

 

Una vita senza più radici

È una testimone di giustizia, termine che spesso viene confuso con un altro, dal significato completamente diverso: collaboratore di giustizia, detto anche pentito. Il testimone, a differenza del collaboratore, non ha niente di cui pentirsi. Ha semplicemente visto o subito reati, e non è stato zitto. Forse è questa la “colpa” di cui un giorno forse si pentirà Carmelina. Un giorno, forse, sicuramente non ora, nonostante il prezzo pagato. Gran parte della famiglia rimasta nella terra d’origine, un fratello che dopo la sua testimonianza è diventato il suo “peggior nemico”, una vita senza radici, gli scontri con alcuni dei responsabili della sua protezione e persino alcuni tentativi di suicidio. Il problema non è tanto l’esistenza clandestina, che è stata probabilmente messa nel conto, ma il senso di abbandono e improvvisazione, un funzionario del Nop (Nucleo operativo protezione) per cui gente come lei è “solo un peso e dovrebbe lavorare in nero e mangiare alla Caritas”, i primi giorni in cui è stata lasciata in un albergo senza una lira, quelli in cui faceva quattro chilometri a piedi per andare a fare la spesa. “Un giorno a Foligno io e mia sorella fummo riconosciute da un gruppo di ragazzi di Mondragone che erano lì per la visita militare. Ci rifugiammo in un portone, chiamammo il Nop, ma ci dissero che non potevano mandare un’auto di servizio perché su quella puoi salire solo se ti arrestano”.

 

13/14 agosto 2003, Bar Roxy

Tutto comincia la notte tra il 13 e il 14 agosto 2003, davanti al bar Roxy, che forse qualcuno chiama Roxy bar pensando a Vasco Rossi, anche se non puoi aspirare a “una vita pericolosa” quando ce l’hai già. Carmelina è fuori con le amiche, sta progettando con loro il Ferragosto. Alle due del mattino hanno già lasciato il bar e stanno per salutarsi, senza troppa fretta, come si fa alla vigilia di qualche giorno di festa. È in quel momento che sentono gli spari e subito dopo le grida della gente che scappa per evitare i proiettili, certo, ma anche le domande degli investigatori. Carmelina è da pochi secondi rimasta sola, è già sulla bicicletta e guarda sgomenta verso il bar. “Avevo capito subito che non erano petardi e mi ero bloccata, non sapendo cosa fare. Poi ho visto due ragazzi su una moto che veniva nella mia direzione e mi sono sentita sollevata. Potevo chiedere a loro cosa stesse succedendo”.

 

Il passeggero aveva una pistola in mano

La moto le passa davanti lentamente, si sentono le frasi del guidatore e del passeggero. “Hai fatto tutto, sei sicuro?”. “Haggiu fatto, haggiu fatto, ora vai”. L’accento non è quello del Casertano, la conversazione mal si attaglia a due testimoni di un omicidio. Ma c’è di più: il passeggero ha una pistola in mano. Quando se ne accorge, Carmelina sprofonda in una sorta di paralisi. Continua a guardare i due, che sembrano strafatti di eccitanti: il guidatore la ignora, il passeggero la fissa, digrignando i denti. “Ero immersa in una bolla di paura. Pensavo ‘ora mi ammazzano’, ma era come se stesse succedendo a un altro”.

La sua mente assorbe particolari come una spugna fa coi liquidi. Inflessioni, colorito, statura presumibile. I due la risparmiano e se ne vanno. Probabilmente pensano che la paura le abbia già tappato la bocca. Poi tornano indietro: forse non sono della zona, forse si sono persi. Forse hanno cambiato idea e la stanno cercando.

 

Andò di sua volontà dai carabinieri

Carmelina a questo punto ha già ritrovato le amiche, con loro si rifugia in una traversa, varca un cancelletto, cerca di guadagnare una posizione sopraelevata, poi chiama i carabinieri, che naturalmente chiedono le sue generalità. Il giorno successivo, senza aspettare di essere convocata, va in caserma e fornisce la descrizione dell’uomo con la pistola, il presunto assassino di Giuseppe Mancone detto Rambo, capozona e spacciatore, uno che per fare affari non ha pensato di dover chiedere il permesso ai clan. Con un giovane militare, Carmelina si piazza davanti a un computer e ricostruisce quel volto al foto-fit, ma non è soddisfatta.

 

L’identikit del killer lo fece lei

Alla fine si scoccia e, da brava ritrattista dilettante, quella faccia la disegna lei. Passano quattro giorni e viene chiamata per un riconoscimento all’americana: il suo compleanno, il trentatreesimo, si potrebbe festeggiare meglio, ma lei non si fa problemi.

In mezzo agli altri c’è Salvatore Cefariello da Ercolano, 23 anni, già sospettato di alcuni omicidi ma mai condannato. Cefariello finisce in carcere cinque mesi dopo e a quel punto Carmelina deve fare le valigie, sparire, farsi dimenticare, come se non fosse mai esistita.

Una necessità aggravata da dolorosissime scelte personali, tra cui l’interruzione di una gravidanza di cui non aveva parlato a nessuno, nemmeno ai carabinieri quando le hanno prospettato le molte croci del programma di protezione: ti chiamerai Pagliaro Carmen, avrai una carta d’identità falsa, vivrai in una località segreta. Carmelina non è un imprenditrice che ha subito estorsioni, la decisione di dire quello che sa è stata immediata.

Non ha avuto ad esempio la consulenza di un legale: anzi le è stato detto che se avesse rivelato a un avvocato quello che sapeva avrebbe rischiato un processo, forse anche il carcere.

 

Le lacrime della sorella

Aiuto e sostegno sono arrivati solo dalla sorella, che quando l’ha vista con le valigie in mano è scoppiata in lacrime e ha deciso di seguirla. Dopo un anno le arriva la carta di identità nuova e scopre che non può usarla per cercare un lavoro o ottenere un prestito: anche in questi casi scatterebbero denunce. La legge ha pensato a molto ma non a tutto e Carmelina si trova con una vita dimezzata che in certi momenti le sembra addirittura cancellata. Vaga tra Umbria, Abruzzo, Emilia-Romagna, Toscana. Quando sente il crollo avvicinarsi, chiede aiuto ma le dicono che gli psicologi che lavorano col Nop sono solo due in tutta Italia: si metta pure in fila. Alla fine arriva la decisione di uscire dal programma di protezione.

 

Non ha mai chiesto un euro in più del dovuto

Carmelina non ha mai chiesto più soldi di quanto le spettassero per legge. “Ma nessuno mi ha mai informato dei miei diritti. Ad esempio, nessuno mi ha mai detto che la polizia non poteva entrare in casa mia quando voleva, magari con le pistole in pugno, come è accaduto una volta. Si erano dimenticati che non sono una criminale”. Un giudizio forse drastico, ma Carmelina è conseguente e ora vive senza aiuto, come e dove può, cercando lavori che spesso le vengono imposti in nero. “Con mia sorella Annamaria assisto mia madre, che è malata. Ci fanno compagnia i miei cani e i miei gatti. Mio padre, è stato orgoglioso di me fino alla fine. Se farei di nuovo quel riconoscimento? Sì, ma sapendo come funziona la protezione testimoni non mi schioderei da casa mia”.

 

Qui un video di Fanpage.it con l’intervista a Carmelina

http://www.fanpage.it/l-odissea-di-una-testimone-di-giustizia-intervista/

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto