Pbs: come funziona la tecnica che si afferma sempre più contro l’alluce valgo

È una patologia silente ma molto diffusa. Ne soffre – secondo alcune stime – un italiano su 5, ma oggi l’alluce valgo può essere trattato in modo rapido, poco doloroso, con un decorso operatorio in piena autonomia, grazie ad un intervento percutaneo, che non prevede l’inserimento di viti o chiodi. La metodica, messa a punto dal dottor Andrea Bianchi, chirurgo specialista del piede con esperienza trentennale, si chiama PBS (Percutaneus Bianchi System) ed è disponibile su tutto il territorio nazionale, anche con il SSN (è possibile consultare l’elenco degli ambulatori che la praticano sul sito www.allucevalgopbs.it ).
Ne abbiamo parlato con il dottor Flavio Polliano (nella foto in basso), medico chirurgo specializzato in ortopedia e traumatologia, che da oltre vent’anni si occupa di chirurgia del piede e che fa parte dell’equipe del dottor Bianchi.

a-polliano

In che cosa consiste esattamente la PBS e quali sono i suoi punti di forza?

“Attraverso due piccoli fori, uno dorsale e uno plantare, vengono inserite due frese di dimensioni ridotte, con cui vengono provocate delle microfratture in modo da permettere il riallineamento delle ossa. Al termine viene praticato un bendaggio, che dovrà essere portato per tre-quattro settimane. Fin da subito, il paziente viene messo nelle condizioni di camminare.
I vantaggi di questa tecnica, realizzata in anestesia locale, sono: rapidità, assenza di mezzi di sintesi (che possono scatenare intolleranze ed infezioni e causa spesso di dolori nel post operatorio), vie di accesso rispettose delle strutture anatomiche.  Dolore ed edema post operatorio, inoltre, sono ridottissimi rispetto alle tecniche più convenzionali”.

È indicata per qualsiasi livello di gravità dell’alluce valgo? Si possono trattare contemporaneamente entrambi i piedi?

“Si tratta di una tecnica molto versatile: modificando la linea di osteotomia e maneggiando le frese in modo differente è possibile intervenire sia sulle forme più lievi sia su quelle in cui la deformazione è molto marcata.
L’intervento è consigliabile per un piede alla volta, in modo che possa essere gestito meglio il post operatorio. Recentemente, tra l’altro, è stato evidenziato da alcuni studi che i casi di interventi bilaterali (eseguiti con qualsiasi tecnica) tendono a sviluppare nel tempo una problematica ossea chiamata algodistrofia, molto meno frequente quando gli alluci vengono operati singolarmente”.

Qual è il tasso di recidive? La metodica viene utilizzata anche per altre patologie del piede?

“Il tasso di recidive si aggira intorno al 2-3 per cento, un valore più che accettabile. Qualora se ne presentasse la necessità, comunque, la metodica può essere ripetuta senza problemi.
Attualmente, la PBS consente, con opportuni accorgimenti, di intervenire su tutte le patologie dell’avampiede: alluce valgo, dita a martello, metatarsalgie (dolore nella parte anteriore della pianta del piede), quinto metatarso varo (il quinto dito che si sovrappone al quarto). A poco a poco, stiamo estendendo il campo di applicazione anche ad alcune patologie del retropiede, sebbene siano un po’ più complesse”.

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