Marianna, la volontaria fermata alle Faroe per difendere i delfini

Quando le ho scritto, il 10 luglio scorso, Marianna Baldo era già alle Isole Faroe, nell’Atlantico Settentrionale, pronta a imbarcarsi sul trimarano “Brigitte Bardot”.

Poiché era ancora a terra avevamo concordato un’intervista “in differita”: domande e risposte che viaggiano via email, uno di quei piccoli miracoli possibili grazie alla tecnologia. L’avessi contattata qualche giorni dopo, sarebbe saltato tutto. A bordo delle navi “Sea Sheperd” non c’è connessione internet, solo il poco che basta per spostarsi ed effettuare le operazioni di disturbo. Vanno per oceani con i loro volontari a caccia di bracconieri dei mari per salvare cetacei, delfini, foche, tonni, tutto il resto viene dopo. “Noi non protestiamo nelle piazze”, è il motto degli attivisti di questa associazione animalista, “noi agiamo”.

 

Arrestata durante un’azione

È nel corso di un’azione come questa, “Sleppid Grindini – Liberate i globicefali”, che Marianna il 23 luglio è stata arrestata assieme a un altro gruppo di volontari Sea Shepherd tra i fiordi delle isole Faroe, arcipelago che appartiene al Regno Unito della Danimarca, ma non all’Ue. La volontaria italiana è stata messa in stato di arresto assieme ad altri quattro attivisti con l’accusa di aver violato la legge che regola la caccia ai cetacei (Faroese Pilot Whaling Act), una legge che non esiste nei confini europei, e che fa a botte con le norme comunitarie a tutela della fauna marina.
Dopo alcune ore è stata rilasciata, ma i documenti le sono stati trattenuti dalle autorità e le verranno restituiti dopo la sentenza del Tribunale, per la quale però occorre attendere un paio di settimane. “Desidero solo dire a tutti, a mamma e papà soprattutto, che stiamo tutti bene – ha fatto sapere – Mi dispiace per i 250 animali che sono stati massacrati ieri”.

 

La strage dei cetacei

L’Operazione era stata programmata per proteggere questa specie durante la stagione di caccia dei globicefali, una specie di cetaceo simile al delfino (solo il 23 luglio ne sono stati massacrati 250 esemplari), e venerdì mattina  Marianna si trovava a bordo del gommone ausiliario della Brigitte Bardot assieme ad un altro volontario, il francese Xavier Figarella. Erano in acqua prima che inizasse il “Grind”, la battuta: sono stati fermati, poi è stato ufficializzato l’arresto, come era già accaduto il giorno prima per altri tre colleghi.

 

Azioni rischiose

Sulle navi Sea Shepherd Marianna è fotografa e camera operator durante le azioni. A luglio, come nelle 4 campagne precedenti, è partita a sue spese con la sua attrezzatura fotografica e un borsone. “Sono azioni rischiose”,  spiegava giorni fa Cristina Giusti, la responsabile comunicazione di Sea Shepherd: “Marianna ha una lunga esperienza, è una di quelle che segue le attività da vicino, e il rischio di farsi male è molto alto”. Alta, in questo tipo di azioni,  è anche la probabilità di vedersi schierate contro le autorità di certi paesi.

 

“Amore a prima vista”

Questo Marianna lo sapeva bene, ma non l’ha certo spaventata. 44 anni, vicentina, la sua storia è quella di una volontaria che ci crede a tal punto da lasciare e tutto e partire. Laureata in Scienze naturali, una passione per la fotografia, proprio quando la sua carriera di narratrice per immagini si stava concretizzando è arrivato l’incontro con l’associazione ambientalista. È successo tre anni fa, durante una conferenza stampa a Bassano del Grappa: “Ho sentito parlare alcuni attivisti, mi sono innamorata dei principi su cui il Capitano Paul Watson, fondatore, ispiratore, leader di Sea Shepherd. È stato amore a prima vista” scrive. “E quando ci si innamora si perde la testa, completamente. Di anni ne aveva già 41, ho lasciato i miei due gatti ai miei genitori, sono salita su una nave nell’ottobre  2012 e non ne sono più scesa, sin dal primo ‘scalino’ mi sono sentita a casa”.

 

Sacrifici e passione

Da tre anni Marianna vive praticamente tutto l’anno a bordo delle imbarcazioni, senza percepire, esattamente come i suoi colleghi dell’organizzazione, né stipendi né rimborsi spese. Un problema che per il momento ha aggirato facendo piccoli lavoretti tra una campagna e l’altra, e usando le sue riserve. “Per lo più sto utilizzando il denaro messo da parte in anni di tanto lavoro e poca vita davvero vissuta. Ho venduto il superfluo e ho affittato casa. Qualche aiuto arriva dalla mia famiglia, mia grandissima sostenitrice”.

 

“Il rischio fa parte del gioco”

Nella mail in cui rispondeva alle mie domande racconta anche dei pericoli corsi durante le sue quattro esperienze passate, due delle quali in Antartico.”La vita l’ho rischiata più volte. Quando si è concentrati sull’azione non si bada molto a se stessi, se non nella misura minima indispensabile alla sopravvivenza, ma a calcolare i rischi ci sono abituata. A ogni chiamata all’azione ho sempre risposto prontamente, che fosse scendere in mare con il gommone e restarci per ore, anche in condizioni di meteo sfavorevole, o rimanere in piedi a stento di fronte all’enorme prua della nave fabbrica della flotta baleniera giapponese, mentre con le sue 8.000 tonnellate sovrasta e si abbatte sulle 500 tonnellate della nostra Bob Barker, rischiando di farla capovolgere”.

 

 

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