“Papa eretico 7 volte”: 62 sacerdoti firmano contro Francesco

Una lettera di 25 pagine firmata da 40 sacerdoti e studiosi laici cattolici è stata spedita a Papa Francesco l’11 agosto e le firme sono oggi arrivate a 62.

“Per il fatto che non è stata ricevuta nessuna risposta dal S. Padre, la si rende pubblica quest’oggi, 24 settembre”, dicono i firmatari accusando Papa Francesco di “sette eresie” per la Amoris Laetitia, l’enciclia sulla famiglia.

Spicca nell’elenco delle firme quella di Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior. Il documento, già ripreso da La Stampa online, è pubblicato da un sito ad hoc: Correctiofilialis.org.

I retroscena delle dimisisoni dell’ex capo dei revisori

Vaticano: mentre è ancora vivissima l’eco del nuovo libro di Emiliano Fittipaldi, dal significativo titolo “Gli impostori, inchiesta sul potere” a San Pietro e dintorni, esce una intervista bomba dell’ex capo dei revirosri del Papa, Libero Milone (nella foto in apertura col Papa, che afferma di non essersi dimesso spontaneamente dal suo alto incarico a giugno.

“Sono stato minacciato di arresto”

 

Qui siamo su un altro piano rispetto alle vicende racontate nel libro del giornalista dell’Espresso, ma il clima cupo e intimidatorio, i ricatti incrociati sembrano gli stessi.

“Non mi sono dimesso volontariamente. Sono stato minacciato di arresto. Il capo della Gendarmeria mi ha intimidito per costringermi a firmare una lettera che avevano già pronta”. Così Libero Milone racconta la sua verità sulle dimissioni da primo Revisore generale dei conti vaticani in una lunga intervista che ha concesso al Corriere della Sera e a Wall Street Journal, agenzia Reuters e Sky Tg24.

Da San Pietro notizie offensive

“Parlo solo ora perché volevo vedere cosa sarebbe successo dopo le mie dimissioni del 19 giugno”, premette. “In questi tre mesi dal Vaticano sono filtrate notizie offensive per la mia reputazione e la mia professionalità. Non potevo più permettere che un piccolo gruppo di potere esponesse la mia persona per i suoi loschi giochi. Mi spiace molto per il Papa. Con lui ho avuto un rapporto splendido, indescrivibile, ma nell’ultimo anno e mezzo mi hanno impedito di vederlo. Evidentemente non volevano che gli riferissi alcune cose che avevo visto. Volevo fare del bene alla Chiesa, riformarla come mi era stato chiesto. Non me l’hanno consentito”.

 

L’intervento aggressivo di monsignor Becciu

Milone racconta i momenti chiave della sua vicenda. “Dal 19 giugno, quando fui ricevuto dal sostituto alla segreteria di Stato, monsignor Becciu (nella foto sopra), per parlargli del contratto dei miei dipendenti. E invece mi sentii dire che il rapporto di fiducia col Papa si era incrinato: il Santo Padre chiedeva le mie dimissioni. Ne domandai i motivi, e me ne fornì alcuni che mi parvero incredibili. Risposi che le accuse erano false e costruite per ingannare sia lui che Francesco; e che comunque ne avrei parlato col Papa. Ma la risposta fu che non era possibile.
    Becciu mi disse invece di andare alla Gendarmeria”.

“Mi dissero alla Gendarmeria che dovevo confessare”

Lì, aggiunge, “notai subito un comportamento aggressivo. Ricordo che a un certo punto il comandante Giandomenico Giani mi urlò in faccia che dovevo ammettere tutto, confessare. Ma confessare che cosa? Non avevo fatto nulla”.

E aggiunge Milone: “Scoprii che indagavano da oltre 7 mesi su di me. Hanno sequestrato documenti ufficiali protocollati e coperti dal segreto di Stato”. “Non potevo fare niente. Ero intimidito”.

“Papa Francesco bloccato dal vecchio potere”

“Credo che il Papa sia una grande persona, e era partito con le migliori intenzioni. Ma temo sia stato bloccato dal vecchio potere che è ancora tutto lì, e si è sentito minacciato quando ha capito che potevo riferire al Papa e a Parolin quanto avevo visto nei conti. Questo dice la logica”.

Circa il suo silenzio finora, “esisteva un patto di reciproca riservatezza che qualcuno in Vaticano ha violato – argomenta Milone, che assicura non parlerà mai del suo lavoro come revisore dei conti – Il Papa mi aveva chiesto di promuovere la trasparenza, e ho cercato di farlo per rispettare la volontà dei fedeli e dei donatori. Ma ho deciso – conclude l’ex revisore capo caduto in disgrazia non si sa bene perché – di rimediare almeno a tutte le cose a vanvera fatte uscire sul mio conto”.

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