31 anni dopo la strage di Natale, Rosaria: “Devo ricordare”

“L’assoluzione di Totò Riina? Leggeremo le motivazioni della sentenza, noi non abbiamo mai cercato un colpevole, ma il colpevole”. E la ricerca, quando si sale ai piani alti di una strategia eversiva non è mai semplice, nemmeno dopo 31 anni, nemmeno a tanta distanza da quel 23 dicembre 1984. Se si sapesse, al di là di ogni ragionevole dubbio, chi ha dato l’ordine di mettere una bomba su un treno, si saprebbe anche perché l’ha fatto, quali erano i suoi referenti politici e cosa sperassero di guadagnare, se i mandanti avessero semplicemente intenzione di distogliere l’attenzione degli inquirenti dalle operazioni sempre più complesse della mafia imprenditrice, se invece mirassero a destabilizzare il sistema politico, o avessero a cuore tutti e due gli obiettivi.

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La strategia del terrore indiscriminato

La bomba esplose il 23 dicembre 1984, uccise 16 persone, ne ferì 267, lasciò tracce indelebili in centinaia di vite. La chiamarono la strage di Natale, perché anche questa volta lo scoppio doveva falciare a caso e nulla è più casuale della folla che riempie una stazione o un vagone ferroviario. L’obiettivo è fare in modo che tutti pensino o dicano: “Lì potevo esserci io”. Uccidere senza ragioni apparenti è la scorciatoia di chi vuole seminare il terrore.

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Sul treno c’era suo padre, il secondo macchinista

Era successo quattro anni prima, alla stazione di Bologna (85 morti e oltre 200 feriti), dieci anni prima sul treno Italicus (12 morti, 48 feriti). Successe anche sul rapido 904, diretto da Napoli a Milano, carico di gente che tornava a casa per le vacanze o andava a trovare i parenti. Rosaria Manzo (nella foto sopra), poco più di 30 anni, madre di una bimba, quella storia l’ha solo sentita raccontare, ma oggi è la presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime del rapido 904, che si batte perché anche le ultime zone d’ombra vengano illuminate. Su quel treno c’era suo padre, come secondo macchinista. Rimase ferito e fino a pochi anni fa ha rifiutato di occuparsi di quella vicenda.

“Essere donna aiuta, dà una delicatezza diversa”

Non voleva ricordare né essere ricordato: una reazione frequente in chi rimane vittima di una violenza apparentemente inspiegabile. Poi le spiegazioni, con le dichiarazioni di collaboratori di giustizia del calibro di Leonardo Messina, cominciarono ad arrivare. E della strage, nel novembre del 2012, cominciò a occuparsi anche la figlia Rosaria. “Per chi c’era, ci sono immagini che non potranno mai essere dimenticate e magari la tentazione di rifugiarsi nel silenzio. Il fatto di essere donna mi aiuta ad affrontare i problemi con una delicatezza diversa, soprattutto nel rapporto con i familiari di chi non c’è più. Una spiegazione di quanto è accaduto non ce la daranno mai, perché niente può spiegare razionalmente una cosa del genere”.

“Cercare negli incroci tra mafia e neofascismo”

E allora una spiegazione bisogna cercarla. Possibilmente senza scaricare su una persona sola la reponsabilità di un’azione che ha richiesto elaborazioni complesse, contatti inconfessabili tra organizzazioni criminali e spezzoni dello Stato, menti più raffinate di quelle di un mafioso latitante. Anche se questo mafioso si chiama Totò Riina, già capo dei capi di Cosa nostra, recentemente assolto dall’accusa di essere stato il mandante della strage. “Non cerchiamo un capro espiatorio ma i responsabili, che secondo me possono essere trovati nel punto in cui si incrociano mafia e eversione di destra”.

Le sentenze già passate in giudicato

Una pista che spesso ha trovato conferme impensabili nelle varie fasi del terrorismo di matrice mafiosa. Uno dei casi più clamorosi è la presenza di un ordinovista, Pietro Rampulla, nel commando che minò un pezzo di autostrada per uccidere il giudice Giovanni Falcone. Per la strage del rapido 904 sono stati già condannati con sentenza definitiva camorristi e un mafioso di rango come Pippo Calò, capo mandamento della famiglia di Porta Nuova e, ciò che più conta, punto di raccordo tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli della Banda della Magliana, l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn. Alcuni imputati, come l’ex deputato missino Massimo Abbatangelo, hanno visto l’accusa di strage derubricata in quella di detenzione di esplosivo. Recentemente lo stesso Abbatangelo ha respinto, in un’intervista, anche quest’ultima accusa.

Raccogliere l’eredità del passato

“Io non dico che c’entri lui personalmente”, spiega Rosaria Manzo, “ma bisogna ancora capire da dove veniva quell’esplosivo e a chi era diretto”. Solo le risposte a questi interrogativi possono sciogliere il grumo di paura che toglie fiducia nel futuro, blocca il flusso dei ricordi, strozza la voce nella gola dei superstiti. Intanto il tempo passa, i testimoni invecchiano o scompaiono. Anche per questo o forse soprattutto per questo, Rosaria Manzo ha deciso di non stare a guardare e di iniziare a combattere contro il tempo e l’oblio. Per riempire il vuoto tra chi ha visto più di quanto sia umanamente possibile sopportare e chi di quella strage non sa nulla. “Questo è un compito che ora tocca ai giovani”, spiega, “e io ho deciso di non tirarmi indietro”.

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