1992: Tangentopoli secondo Sky, da martedì in onda la fiction (video)

Gli elementi perché diventasse una fiction c’erano tutti fin dal primo giorno, il 17 febbraio 1992: un piccolo imprenditore nervoso, una busta con 7 milioni di banconote firmate su entrambi i lati da un magistrato e da un capitano dei carabinieri, una penna che in realtà è una microspia e il manager, quello potente, quello che sta a capo dell’ospizio più antico e più lucroso di Milano, che getta pezzi da centomila lire nel water per far sparire la prova del delitto, della corruzione. Inizia da qui “1992”, la serie in 10 episodi di Sky Atlantic in onda da martedì 24 marzo, in prima serata. “1992” è stata prodotta da Wildside, distribuita da Betafilm e girata da Giuseppe Gagliardi.

Qui potete vedere il promo della serie.

 

 

Il sottobosco della politica e dell’imprenditoria

Presentata al festival del cinema di Berlino e già venduta in 5 Paesi (oltre all’Italia, ci sono anche Inghilterra, Germania, Irlanda e Austria), la fiction debutta sul piccolo schermo il prossimo 24 marzo con un cast composto, tra gli altri, da Stefano Accorsi (che per primo ha avuto l’idea del serial), Antonio Gerardi nei panni di Antonio Di Pietro, Domenico Diele, Guido Caprino e Miriam Leone. Sono sei le storie portanti che si intersecano, alcune di fantasia e altre reali. Sei storie che rappresentano i diversi piani narrativi: quello giudiziario, l’imprenditoria, il sottobosco dei faccendieri e l’arrivismo della fama facile ottenuta a suon di raccomandazioni ben remunerate. Ma c’è anche la prospettiva della politica.

E Craxi disse: “Chi nega commette spergiuro”

Una prospettiva composita. Da un lato, infatti, c’è la politica colpita al cuore, dalla Democrazia cristiana al Partito socialista che, per bocca del suo segretario, Bettino Craxi, parla in modo ancor più esplicito di quanto fece Aldo Moro nel discorso parlamentare del 1977 sullo scandalo Lockheed. Ammette, il leader del Psi, che il mondo dei partiti si regge sull’illecito e nell’intervento del 3 luglio 1992 alla Camera per la fiducia al governo di Giuliano Amato, dice: “I partiti […] hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.

I tempi della Lega “forcaiola”

Ma c’è poi il fronte della politica che prova la via del rilancio. Se lo fa Mariotto Segni che abbandona la Dc, a maggior ragione agisce in questo senso Umberto Bossi con la sua Lega nord che, in quel 1992, dopo il voto politico del 5 e del 6 aprile, raggiunge a livello nazionale l’8,7% dei consensi e in Lombarda, con il 25,1, sbaraglia tutti e diventa il primo partito. E prima del crollo del “senatùr”, avvenuto oltre 20 anni dopo, il partito secessionista si “distingue” per il cappio sventolato il 16 marzo 1993 dal suo parlamentare Luca Leoni Orsenigo. Ma nel 2012, quando verrà negato l’arresto per il deputato Pdl Nicola Cosentino, ecco che Bossi, per giustificarsi prima di tutto con i suoi, dirà: “La Lega non è mai stata forcaiola”.

Dobbiamo salvare la Repubblica delle banane

Una memoria orologeria, che scatta a seconda delle convenienze, e che meglio di altri viene rappresentata soprattutto da Silvio Berlusconi. Il quale, in campo, tra annunci trasversali e ufficiali, scende tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994 (è del 26 gennaio di quell’anno la dichiarazione definitiva al motto di “l’Italia è il Paese che amo”) inaugurando la tradizione dei videomessaggi alla nazione e dei contratti con gli italiani firmati via tubo catodico. Ma come dice il pubblicitario della fiction Sky, alter ego fin troppo riconoscibile di un Marcello Dell’Utri all’epoca di Publitalia ’80, adesso “dobbiamo salvare la Repubblica delle banane”.

La “House of cards” della politica italiana

Dopo le serie su Gomorra e sulla banda della Magliana, è questo il contesto in cui si calano le 10 puntate di “1992”, che hanno comportato una mole di impegno notevole: tre anni di lavoro, decine di consulenze e due studi legali che hanno revisionato la sceneggiatura, scritta da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo con la supervisione di Nicola Lusuardi. Una “House of cards” all’italiana in cui non c’è più niente da ridere, banconote nel water a parte, e che ha fatto naufragare la rivoluzione covata in quei mesi di 23 anni fa dirottandola sulla più sfrenata esemplificazione del gattopardesco “tutto cambia affinché nulla cambi”.

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