Alzheimer, in Italia 600.000 malati, i familiari: “Assistenza insufficiente”

Il morbo di Alzheimer, la più comune forma di demenza, rappresenta una delle sfide sanitarie più grandi del nostro secolo e viene definita dal G8 come una priorità, con l’ambizione di trovare una cura entro il 2025. La Giornata mondiale della malattia di Alzheimer si celebra oggi, giovedì 21 settembre. Questa la situazione in 4 punti descritta per l’occasione dalla Società italiana di neurologia.

I numeri

Nel mondo colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia i casi sono circa 600.000 secondo il Censis, per la maggior parte oltre i 60 anni, le cui famiglie lamentano in genere difficoltà nell’assistenza. Oltre gli 80 anni ne è affetto un anziano su 4. Questi numeri sono destinati a crescere progressivamente per il progressivo aumento della durata della vita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

Gli effetti

Nei pazienti affetti da Alzheimer le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che le colpisce in maniera progressiva e che porta all’inizio a sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente a disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale e progressiva perdita di autonomia che viene definita come “demenza”. A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come depressione, incontinenza emotiva, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un grosso peso per i familiari.

La prevenzione

“Dopo il fallimento delle terapie attuate nella fase di demenza conclamata”, dichiara Carlo Ferrarese (nella foto sopra), direttore scientifico del Centro di neuroscienze di Milano, Università di Milano-Bicocca, direttore della clinica neurologica, ospedale San Gerardo di Monza, “le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia. Questo è oggi possibile perché sono da poco disponibili nuove tecniche che permettono di determinare le alterazioni di una proteina ritenuta la prima causa di malattia, prima che questa si manifesti clinicamente”.

Il ruolo del beta-amiloide

Da vari anni è noto infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina, chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed i loro collegamenti. “Oggi”, prosegue Ferrarese, “sappiamo che la beta amiloide inizia ad accumularsi nel cervello anche decenni prima delle manifestazioni cliniche della malattia, grazie a una tecnica che consente di dimostrarne l’accumulo nel cervello, mediante la Positron Emission Tomography (PET), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Analogamente è possibile analizzare i livelli di beta-amiloide nel liquido cerebrospinale, mediante una puntura lombare”.

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