Mafia Capitale: tutti condannati, ma non sono mafiosi

Mafia capitale: la sentenza è più mite delle richieste del Pm. L’ex terrorista nero Massimo Carminati è stato condannato a 20 anni, 19 invece a Salvatore Buzzi.

Un altro degli imputati maggiori, Luca Gramazio, c’è la condanna a 11 anni.

Ma il Tribunale non ha accettato il reto di associazione mafiosa, su cui era stata impiantata l’accusa e che – invece – ha stralciato dalla sentenza, limitandosi a condannare i reati contestati, eliminando quello associativo.

Carminati temeva il peggio

Lo stesso Carminati si aspettava una condanna a 28 anni, quella chiesta dalla Pubblica accusa. Anche per il ras delle cooperative “sociali”, Salvatore Buzzi, c’era l’attesa di una condanna molto maggiore.

Presente alla lettura della sentenza c’era la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Le altre decisioni del Tribunale

Per l’ex capo dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni, invece, per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama, Franco Panzironi.

 

La sentenza della X sezione del Tribunale

Sono entrati, infatti, in camera di consiglio i giudici della X sezione del Tribunale di Roma chiamati a giudicare i 46 imputati del processo a Mafia capitale, l’associazione che avrebbe condizionato la politica romana, guidata da l’ex Nar Massimo Carminati (nella foto in basso) e dal ras delle cooperative Salvatore Buzzi.

Appuntamento alle 13 per la sentenza

Il presidente della Corte, Rosanna Ianniello, ha dato appuntamento a pm e avvocati alle 13 e, prima di entrare in camera di consiglio, ha ringraziato il “personale amministrativo” del tribunale, “senza il quale non sarebbe stato possibile portare a compimento il processo” e i tecnici, che hanno “lavorato con competenze e dedizione”.

Un ringraziamento, da parte della Ianniello, anche alla procura, in particolare al pm Luca Tescaroli, che “si è contraddistinto per la professionalità” e agli avvocati difensori.

Carminati al fratello: “Mi arriva una stangata”

“Mi condanneranno sicuramente a 28 anni, non ho dubbi. Dopo quello che hanno messo in piedi per tre anni e mezzo, come vuoi che vada?”: ha detto Massimo Carminati al fratello Sergio che lo ha incontrato un paio di settimane fa in carcere, secondo quanto riferito da quest’ultimo nell’aula bunker di Rebibbia dove si attende la sentenza su Mafia Capitale.

“È un processo ridicolo, Massimo sta ancora pagando le cose degli anni ’80 – ha detto, a sua volta, Sergio Carminati, che è il fratello minore e gestisce un bar a Roma -. Non mi aspetto nulla oggi, lo condanneranno a 28 anni e due mesi”.

Nell’aula anche la compagna Alessia Marini

Nell’aula bunker del carcere romano ci sono tra i familiari di Carminati anche la compagna Alessia Marini, la cognata e i nipoti, oltre a Lorenzo Alibrandi, amico di famiglia e fratello del defunto terrorista nero Alessandro Alibrandi.

 

Due capi secondo la Procura

L’amministrazione comunale di Roma, capitale di Italia, è stata per anni sotto schiaffo di un clan di stampo mafioso che puntava ad aggiudicarsi appalti e commesse? Un quesito a cui daranno una risposta i giudici della X sezione penale del Tribunale nel giorno della sentenza su Mafia Capitale.

Circa venti mesi di processo, centinaia di udienze e una mole di documenti impressionante con migliaia di intercettazioni depositate. I numeri di un processo che ha segnato la vita politica, amministrativa e giudiziaria degli ultimi anni. Sono quarantasei gli imputati in attesa della sentenza del tribunale. Tra loro i presunti capi dell’organizzazione: l’ex terrorista nero Massimo Carminati e il ras delle cooperative Salvatore Buzzi (nella foto qui sopra).

 

Politici a libro paga dell’organizzazione

Per il procuratore capo Giuseppe Pignatone, per l’aggiunto Paolo Ielo e per i sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, sono loro due i personaggi apicali del clan che poteva contare su una serie di gregari e su un numero considerevole di politici locali che erano, di fatto, al “libro paga” dell’organizzazione.

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