Berlinale: Utoya prenota l’Orso d’oro, col massacro in Norvegia di 69 ragazzi

Novanta minuti senza fiato. Sono quelli vissuti alla Berlinale numero 68, durante la proiezione di U – July 22 (Utøya 22 luglio), del regista norvegese Erik Poppe, che racconta il triste e noto massacro di 69 ragazzi avvenuto in una piccola isola vicino a Oslo per mano di Anders Behring Breivik, uno squilibrato di estrema destra, all’epoca dei fatti trentaduenne.

L’isola norvegese maledetta

Poppe (nella foto qui sopra), prima di portarci sull’isola maledetta dove quel giorno si stava svolgendo un congresso di giovani democratici, ci ricorda con poche immagini di repertorio l’esplosione avvenuta poco prima nel palazzo del governo di Oslo, opera sempre di Breivik.

Adrenalinica e sorprendente

È un’introduzione che lascia presagire un taglio rigoroso e documentaristico, ma che invece è solo l’apertura di un sipario su una cinematografia adrenalinica e sorprendente. Quando l’azione si sposta a Utøya infatti comincia un lunghissimo piano sequenza, che copre quasi l’intera durata del film, e che ci racconta dal punto di vista di una ragazza presente al congresso le ore di tragedia vissute.

Lei è Kaja, diciannove anni, litiga con la sorella più piccola Emilia, per niente contenta di partecipare all’evento tanto da rinunciare anche al barbecue di socializzazione. Kaja ci va da sola e poco dopo si sente il primo sparo. Da quel momento la macchina da presa si attacca alla giovane protagonista e diventa una sorta di stetoscopio che ne ausculta il cuore, le paure, registra il terrore dei suoi occhi e l’incredulità delle sue espressioni. La gente fugge, nessuno capisce cosa sta accadendo veramente, ma percepisce che è qualcosa di tremendo.

Gli spari ritmano il film

Lo spettatore invece sa. E comincia a tremare. Poppe non ci mostra mai l’attentatore, sono i suoi spari a ritmare il film e sconquassare chi assiste alla proiezione. La violenza è quasi sempre lasciata fuori campo – vediamo qualche ferito, qualche vittima per terra – ma la sentiamo forte.

Sulla pelle più che con le orecchie. Gli sguardi di Kaja e degli altri ragazzi che corrono, che cercano di chiamare a casa, trasmettono tutta l’angoscia vissuta dai protagonisti della tragedia. Tanto da farci interrogare su come possa essere spiegato un orrore generato senza una causa razionale, un orrore del fanatismo che è di per sé un terribile mistero. Poppe, per adesso, ha in mano l’Orso d’Oro.

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