LA PSICOLOGA/Mio figlio ha smesso di studiare

Gentile dottoressa,
le chiedo aiuto perché non so più che pesci prendere. Mio figlio, fino a qualche anno fa studente modello, non vuole più saperne di studiare. Lo scorso anno è stato bocciato, abbiamo provato a fargli ripetere l’anno nella stessa sezione, ma il primo quadrimestre è stato un disastro. Da mesi fa una specie di doposcuola con una ragazza che lo segue in alcune materie, ma il risultato è il medesimo.
Con noi dice che si impegnerà, ma all’atto pratico non fa nulla: anche se resta chiuso nella sua stanza per ore dicendo che sta studiando.
Una nostra conoscente gli ha chiesto cosa vuole fare da grande, e lui le ha spiegato che non ha voglia di studiare, la scuola non gli interessa, vuole andare a lavorare. Credo che in parte la “colpa” sia dell’ambiente che frequenta, una serie di ragazzi poco seguiti con cui bighellona per la maggior parte del suo tempo.
C’è qualcosa che posso fare? Devo passare alle maniere “forti”, punizioni e divieti di uscire finché non avrà prodotto risultati soddisfacenti? Cambiare scuola?
Premetto che mio figlio non è un “somaro”, ama leggere e ha alcuni interessi, anche se negli ultimi tempi si è un po’ perso.
Grazie per l’aiuto,

Marina, Cosenza

 

Gentilissima Marina,
nella sua lettera non specifica l’età di suo figlio né la classe che sta frequentando, potrebbe trattarsi di una scuola secondaria di primo o di secondo grado.
Quasi certamente suo figlio sta attraversando quella fase delicata che è l’adolescenza, un momento di scoperta di sé, di messa alla prova e sperimentazione. Desidera far parte di un gruppo e, al tempo stesso, desidera differenziarsene, mettendo in luce le proprie peculiarità. E’ difficile definire se stessi con precisione e si cerca di far emergere i propri valori e le proprie potenzialità nel rapporto con gli altri, soprattutto con i coetanei, per questo suo figlio preferisce stare con loro piuttosto che studiare.
Molto spesso la scarsa concentrazione nelle materie di studio dipende da un’insicurezza di sé, che spinge a cercare conferme nel rapporto con gli amici.
Inoltre la svogliatezza in questo periodo ha anche una componente fisiologica, ormonale, legata agli evidenti cambiamenti fisici in atto.

Le punizioni non servono
Non serve sgridarlo, punirlo, o paragonarlo a tutti gli altri che invece studiano con impegno e danno soddisfazioni ai genitori: lo studio sarebbe sorretto solamente dalla paura delle conseguenze negative, non su un volere alleato del desiderio e della motivazione. Alla lunga prevarrebbe in lui un senso di frustrazione.
Davanti ad una perdita repentina della voglia di studiare, sostenere l’autostima di un figlio può rivelarsi più produttivo, ai fini dell’applicazione nello studio, che non insistere costantemente su voti e interrogazioni.
La perdita di autostima è tra le cause principali capaci del calo di motivazione allo studio. Questo accade sovente proprio in seguito ad una bocciatura.

Valorizzare i suoi aspetti positivi
L’attenzione genitoriale mirata principalmente al rendimento scolastico, lo porterebbe a chiudersi e a cercare i propri riferimenti altrove; non dimentichiamoci che la vita è fatta soprattutto di relazioni e che proprio i rapporti con gli altri sono ciò che più spesso ci rende felici o sofferenti.
Sostenetelo, valorizzando i suoi lati positivi, gli interessi sopiti e le sue capacità, a prescindere dal rendimento scolastico.
E’ sbagliato sottolineare solo le cose che non vanno bene: spesso gli aspetti negativi diventano i soli argomenti su cui i genitori si concentrano, dimenticando che le parole possono mortificare.
Nel tempo si convincerà di essere veramente un incapace.

Capire le motivazioni
E’ necessario comprendere le motivazioni della sua svogliatezza, per intervenire efficacemente ed aiutarlo a superare questo momento: la voglia di studiare non è una realtà immodificabile, può aumentare, diminuire, ma soprattutto può essere resa più matura.
Lo scarso rendimento scolastico, l’incapacità di impegnarsi nello studio, la mancanza di voglia di andare a scuola molto spesso sono dovuti all’assenza di uno scopo valido, significativo, capace di attirare e soddisfare chi vi si applica. Solo quando si riesce ad apprezzare lo studio come “cosa valida in sé”,  si è capaci di dedicarsi ad esso senza fatica e di posticipare ciò che è contrario al suo perseguimento.

Le responsabilità della scuola
Provi a capire se suo figlio riceve un insegnamento interessante, utile, coinvolgente. Talvolta la scuola delude i ragazzi e li demotiva nel portare avanti gli studi con successo: i programmi ministeriali sono poco in sintonia con gli interessi dei giovani, poco attenti alle loro problematiche interiori e alla loro creatività.
Si confronti con gli insegnanti del ragazzo per avere informazioni sul comportamento di suo figlio a scuola e per capire se dimostra interesse durante le lezioni.
Nel caso in cui stesse frequentando una scuola secondaria di secondo grado, è veramente l’indirizzo di studio che gli interessa? Cambiare scuola non è un dramma, se insieme riteneste che quella non fa per lui.
Se si sentisse umiliato e svalorizzato a causa della scuola, arriverebbe presto ad odiarla.

* La dottoressa Cristina Pavia è  psicologa presso il proprio studio in Bologna e counselor nelle scuole secondarie di primo grado.
Il suo sito internet è cristinapavia.net.
Potete inviarle i vostri quesiti a redazione@consumatrici.it

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto