La vera storia di Lea Garofalo: stasera la prima su Rai1 (il film di Giordana)

Il RomaFictionFest si è aperto la settimana scorsa con il film di Marco Tullio Giordana “Lea”, una storia di mafia: ispirato alla storia vera di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia che accusò il suo stesso marito e la sua cosca calabrese, e che dal marito venne fatta “sparire”, il 24 novembre del 2009. E stasera, poco dopo le 21, in film sarà trasmesso per la prima volta su Rai1.

 

Dal  coraggio della madre a quello della figlia
Nella realtà il coraggio della madre, interpretata dall’attrice Vanessa Scalera (nella foto grande) diventa il coraggio della figlia, Denise,  “infiltrata” per la giustizia nella sua stessa famiglia, per trovare le prove e far condannare il padre e i suoi sicari.

 

Denise ha cambiato vita e identità

Oggi Denise – che è ancora giovanissima, ha 23 anni – ha cambiato identità, ha cambiato vita,  riconquista un futuro difficile ma lontano dal baratro dell’omertà e  delle mafie.
“Portare la storia di Lea e di Denise in tv – dice Marco Tullio Giordana, il regista di “I cento passi” e di “La meglio gioventù” – significa non dimenticare, significa far conoscere a un grande pubblico una storia che merita di essere tramandata”.

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Un tassello nella lotta alla mafia

Un tassello, anche questo, nella lotta alla mafia: “Perché è con la cultura – continua il regista , nella foto qui sopra – più che con le armi, che si taglia l’erba sotto i piedi alle mafie”. Non a caso nel corso della conferenza stampa di presentazione, insieme al regista e alle attrici (Vanessa Scalera che interpreta Lea e Linda Caridi, Denise), grande protagonista – pur assente – è stato Don Ciotti, per l’apporto fondamentale per la realizzazione di questo film.

Su RaiUno il 18 novembre in prima serata

Vedremo “Lea” in tv, su RaiUno, la sera del 18 novembre, a 16 anni esatti dalla sua scomparsa. Ma il film continuerà a girare: la pellicola verrà, infatti, “affidata” a Libera, che ne continuerà le proiezioni durante le tante iniziative in tutta Italia. Perché una storia così è più potente di mille invettive. Più forte di ogni azione di polizia.
Che c’è di più di due donne che dicono no, al marito, al padre, a rischio della vita? Lea, che con la vita ha salvato la  figlia dalla ‘ndrangheta. Denise, che  ha reso giustizia alla madre.

 

LA VERA STORIA DI LEA GAROFALO IN UN ARTICOLO DI RAINEWS

 

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“Avvocato, non si preoccupi: finché con me ci sarà mia figlia Denise, non mi accadrà nulla”. Disse così al proprio legale, Lea Garofalo (nella foto qui sopra), annunciandogli il proprio trasferimento a Milano.
Lea Garofalo, testimone di giustizia, vittima di ‘ndrangheta. Due definizioni forse non esaustive, per una donna che ha fatto del coraggio la cifra della propria vita.
Nata in provincia di Crotone nel 1974, morta a Milano nel 2009
Nata a Petilla Policastro, in provincia di Crotone, nel 1974 e morta a Milano, il 24 novembre 2009. E Denise, sau figlia, è stata decisiva per ridarle giustizia, dopo la sua morte.
Testimoniò contro il padre
La sua testimonianza contro il padre – Carlo Cosco – è stata importantissima per le indagini.
Decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco.
Parlò della “bestia nel cuore” in casa sua. Fu sottoposta a programma di protezione dal 2002. Suo padre era stato ammazzato quando lei aveva nove mesi.
Il fratello era un boss
Floriano Garofalo – suo fratello – era il boss di Petilla Policastro, ma non si limitava ad attività malavitose in Calabria. Le sue attività mafiose si estendevano anche in Lombardia, a Milano. Floriano fu assassinato in un in un agguato nella frazione Pagliarelle di Petilia Policastro l’8 giugno 2005.
Lo spaccio dei fratelli Cosco
In particolare, Lea, interrogata dal pm Antimafia Sandro Dolce, riferì dell’attività di spaccio di stupefacenti condotta dai fratelli Cosco grazie al benestare del boss Tommaso Ceraudo.
Inoltre, Lea dichiarò al pm: “L’ha ucciso (Totonno U lupu ndr) Giuseppe Cosco, mio cognato, nel cortile nostro”, attribuendo così la colpa dell’omicidio al cognato, Giuseppe, detto Smith (dal nome di una marca di pistole) e all’ex convivente, Carlo Cosco, e fornendo anche il movente.
Il programma di protezione, il tentativo di rapimento
Nel 2006 Lea fu estromessa dal programma di protezione, perché il suo apporto fu giudicato “non significativo”. Nel dicembre del 2007 – dopo una pronuncia del Consiglio di Stato – venne riammessa al programma, ma nell’aprile del 2009 – pochi mesi prima della sua scomparsa – decise all’improvviso di rinunciare volontariamente a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi a Campobasso in una casa che le trova proprio l’ex compagno Carlo Cosco.
Non era l’idraulico atteso, ma un assassino
Il 5 maggio 2009, a causa di un guasto alla lavatrice, la donna decide di chiamare l’ex compagno, residente a Milano per metterlo a corrente della situazione e l’uomo le invia nell’abitazione, Massimo Sabatino. Si tratta però non di un idraulico ma di un uomo recatosi sul posto per rapire e uccidere Lea Garofalo.
La donna riesce a sfuggire all’agguato grazie al tempestivo intervento della figlia Denise e informa i carabinieri dell’accaduto ipotizzando il coinvolgimento dell’ex compagno.
Conosceva i segreti di una faida
Lea Garofalo conosceva, infatti, molti segreti della faida fra le famiglie Garofalo e Mirabelli di Petilia Policastro.
L’omicidio e il processo
Nel novembre del 2009 Cosco attirò l’ex compagna in via Montello 6 con l’intento di parlare del futuro della loro figlia Denise. Sabatino e Venturino rapirono la donna e la consegnarono a Vito e Giuseppe Cosco, i quali la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero il 24 novembre. Il corpo venne portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza).
Il processo vede come testimone chiave la presenza della figlia della donna – Denise – che ha deciso di testimoniare contro suo padre. Ora la Cassazione ha confermato i quattro ergastoli – il suo ex compagno Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino – e la condanna a 25 anni per il pentito Carmine Venturino, emessi dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano il 25 maggio 2013.
I resti del cadavere ritrovati in Brianza
Venturino, in particolare, è stato colui che, dal carcere, iniziò a collaborare con gli inquirenti facendo ritrovare i resti del cadavere di Lea Garofalo in un campo in Brianza.
Durante l’udienza pubblica che si era svolta il 5 dicembre 2014, la Procura generale della Suprema Corte aveva sollecitato la conferma dei quattro ergastoli e della condanna a 25 anni per Venturino. La Corte si era riservata di decidere, fissando per il 18 dicembre la lettura della sentenza.

 

 

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