Delitto Macchi, parla Binda: “Non ho ucciso io Lidia”

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“Non c’entro nulla, non ho ucciso Lidia e non ho inquinato le prove né potrei farlo”. Lo dice Stefano Binda (nella foto sotto), 48 anni, in carcere dallo scorso 15 gennaio per l’omicidio della studentessa Lidia Macchi, uccisa nel gennaio di 29 anni prima, nel 1987. Lo fa per la prima volta dall’arresto davanti magistrati ribadendo quanto aveva già detto tramite i suoi legali, gli avvocati Sergio Martelli e Roberto Pasella. Ed è accaduto nel corso dell’udienza per il ricorso contro la proroga di tre mesi della custodia cautelare.

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A gip e sostituto pg non aveva risposto

In precedenza, l’uomo si era avvalso della facoltà di non rispondere quando era stato interrogato dal gip di Varese e dal sostituto procuratore generale di Milano Carmen. Le dichiarazioni spontanee di Binda sono state rese davanti al tribunale del riesame di Milano, che deve pronunciarsi sul pericolo di inquinamento delle prove. Restano però per i magistrati il pericolo di fuga e di reiterazione del reato.


Morto il padre di Lidia, uccisa nel 1987, le notizie del 16 aprile 2016

Si è spento nel pomeriggio di ieri, venerdì 15 aprile, il padre di Lidia Macchi, la studentessa di Varese massacrata con 29 coltellate nel gennaio 1987. Giorgio Macchi era ricoverato nella casa di riposo Molina, a Varese, da quando, tre anni fa, fu colpito da un ictus. Nel pomeriggio l’anziano ha avuto una crisi respiratoria ed è stato trasferito d’urgenza all’ospedale di Circolo di Varese, dove è morto. Le indagini sull’omicidio della figlia, riaperte nel 2013, hanno portato lo scorso 15 gennaio all’arresto di Stefano Binda, accusato di aver violentato e ucciso la ragazza, sua ex compagna di liceo.


Lidia Macchi, riesumato il cadavere dopo 29 anni: “Cerchiamo tracce biologiche”, le notizie del 22 marzo 2016

Riesumato il corpo di Lidia Macchi, la studentessa di Varese uccisa nel gennaio 1987 con 29 coltellate. Il cadavere, tumulato 29 anni fa nel cimitero di Casbeno, sarà analizzato dalla nota anatomopatologa Cristina Cattaneo (nell’immagine sotto, è la stessa esporta dei casi di Yara Gambirasio e di Elisa Claps) nominata dal gip di Varese Anna Giorgetti.

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Lidia Macchi, salta fuori una lettera “paranormale”: “So chi è stato ad uccidermi”, le notizie del 10 marzo 2016

“So chi è stato ad uccidermi, è stato un mio amico di Comunione e Liberazione. C’era anche lui quando mi hanno trovato è stato proprio lui a trovarmi ed è stato costretto a fingere un grande sgomento e dolore”. Si tratta di una lettera spedita il 21 gennaio 1987, dopo la morte di Lidia Macchi, e allegata agli atti dell’inchiesta dell’omicidio della giovane di Cl. È firmata “una mamma che soffre” e nonostante il sapore paranormale si tratta probabilmente di qualcuno che sapeva qualcosa del delitto e ha fatto arrivare un messaggio alla famiglia.

Tracce di dna femminile

“L’obiettivo è che, divulgandola, qualcuno ne possa riconoscere la grafia e, quindi, farsi avanti con gli inquirenti”, ha detto il legale della famiglia Macchi, l’avvocato Daniele Pizzi. La missiva, si legge nel documento finora inedito, sarebbe stato “registrato su un nastro magnetico” riportando frasi “di origine paranormale”. Analizzata dai consulenti del sostituto pg di Milano Carmen Manfredda, che coordina le indagini sull’omicidio della ragazza, finora la lettera avrebbe rivelato la presenza di dna femminile.

 

La Procura di Milano dopo 29 anni chiede la riesumazione di Lidia: le notizie del 28 febbraio 2016

Riesumare il corpo di Lidia Macchi, da 29 anni sepolto nel cimitero di Casbeno, a Varese: è la richiesta del sostituto Procuratore generale di Milano, Carmen Manfredda, il magistrato che ha riaperto questo giallo, finito tra i cold case lombardi e che il 15 gennaio ha chiesto l’arresto di Stefano Binda, ex compagno di liceo e frequentatore dello stesso gruppo di Cl della vittima.

Le mummie dell’antico Egitto

Gli inquirenti sperano tracce di Dna o altre sostanze organiche riconducibili a Binda.

Sulla richiesta si deve esprimere il Gip di Varese. I primi a volere la riesumazione dei resti erano stati i familiari di Lidia, assistiti dall’avvocato Daniele Pizzi, per “non lasciare nulla di intentato”.

“È un momento delicatissimo, e fare questo accertamento è indispensabile per far luce sulla vicenda – dice l’avvocato della famiglia Macchi, Daniele Pizzi – se è possibile riesumare una mummia dell’antico Egitto, ancor più lo può essere nel nostro caso, a 30 anni dal decesso”.

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Le ragioni dell’arresto (le notizie precedenti)

Secondo il magistrato milanese è lui che ha violentato e poi ucciso la ragazza con 29 coltellate nel gennaio 1987.

Stefano Binda, un ex compagno di liceo della vittima, è stato arrestato nell’ambito dell’indagine per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa trovata morta in un bosco in provincia di Varese il 7 gennaio 1987, uccisa con 29 coltellate. L’arresto, 29 anni dopo il delitto, è stato eseguito dalla squadra mobile di Varese su ordine del gip che ha accolto la richiesta del sostituto pg di Milano, Carmen Manfredda.

 

La violenza prima del delitto

Stefano Binda avrebbe prima violentato la ragazza e poi l’avrebbe uccisa perché sarebbe stato convinto che lei si era concessa e che non avrebbe dovuto farlo per il suo “credo religioso”. È quanto emerge dalla indagini che hanno portato stamani al suo arresto. Sia l’uomo che la vittima frequentavano ambienti di Comunione e liberazione e avevano studiato allo stesso liceo.

L’arrestato sarebbe l’autore di una lettera anonima

La famiglia, in tutti questi anni, ha sempre chiesto che non si smettesse di cercare la verità. L’uomo arrestato oggi ha 47 anni ed è stato prelevato a Brebbia, in provincia di Varese. È sospettato di essere l’autore della lettera anonima recapitata ai genitori il 9 gennaio 1987, il giorno dei funerali di Lidia, alludendo a vicende che avrebbero riguardato la ragazza uccisa. La lettera ora è stata resa pubblica dagli inquirenti e la vedete nell foto in alto.

Per lui le accuse sono di omicidio volontario aggravato dai motivi abietti e futili, dalla crudeltà, dal nesso teleologico e dalla minorata difesa.

Da 2 anni indaga la procura generale di Milano

Da un paio d’anni la procura generale di Milano aveva preso in carico l’indagine ripartendo dal principale sospettato, Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ergastolo per l’omicidio di una pensionata a Cocquio Trevisago, il cosiddetto omicidio delle mani mozzate.

Binda è laureato in filosofia e ritenuto una persona colta. Ma, al momento dell’arresto, non aveva un lavoro fisso e viveva con la madre pensionata. Negli anni Novanta avrebbe avuto problemi con la droga.

Lidia era capo scout nella sua parrocchia di Varese

Lidia Macchi, il giorno in cui fu assassinata, aveva 20 anni ed era andata a trovare una amica ricoverata all’ospedale a Cittiglio (Varese). Poi nessuno l’aveva più vista e a casa non ci era tornata. Quando si scoprì che era stata uccisa, quel delitto destò molto scalpore e ovunque la ragazza, che militava in Comunione e liberazione, era stata cercata. Una vita normale, la sua, studentessa di giurisprudenza alla Statale di Milano e capo scout nella sua parrocchia di Varese.

La mamma della studentessa: “Aspettiamo da 30 anni”

“Trent’anni che aspettiamo, finalmente si fa luce sull’omicidio di Lidia”, dice Paola Macchi, madre di Lidia. “La procura di Milano ha lavorato in silenzio, ma ha lavorato sodo”. E su Binda ha detto di averlo visto poche volte volte sostenendo che non frequentava la figlia né la loro casa.

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