Vogliono colpire al cuore la Tunisia della Primavera araba

Quello di oggi a Tunisi, con decine di morti, tra cui due italiani e tanti feriti è attacco militare ma anche profondamente politico, destinato a fare esplodere tensioni latenti, nel tentativo di trascinare la Tunisia lontano dal percorso di libertà iniziato il 14 luglio del 2011, quando una folla enorme chiese e ottenne l’allontanamento del premier Ben Ali, dando inizio alla Primavera Araba.

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Il turimo primo obiettivo

L’attacco al Museo aveva due obiettivi. Il primo era il turismo, parte importante dell’economia tunisina: il museo del Bardo è meta imprescindibile per chi voglia visitare il Paese.

Oltre a reperti di arte islamica, ospita anche mosaici romani del II e del IV secolo.

Il bilancio di 19 vittime, purtroppo suscettibile di revisioni al rialzo, comprende prevalentemente cittadini stranieri e può costituire un colpo grave agli affari tunisini, già resi complessi dall’instabilità della Libia, paese confinante.

 

In discussione in Parlamento la legge antiterrorismo

L’assalto è avvenuto mentre il Parlamento tunisino era riunito per ascoltare i vertici delle Forze armate sulla legge antiterrorismo – lo ha dichiarato in un tweet la deputata Sayeda Ounissi – e questo è il secondo bersaglio centrato dalla testata multipla lanciata dai terroristi.

Un’azione eseguita in nome e per conto del Califfato, che evidentemente sogna di spazzare via quella che è ancora possibile considerare un’oasi di democrazia affacciata sull’altra sponda del Mediterraneo.

Non tanto perché nelle elezioni dell’ottobre scorso il partito islamista Ennahda, versione tunisina dei Fratelli Musulmani, ha ceduto il passo a un partito modernista, ma perché – come segnalato dai più autorevoli osservatori – il passaggio è avvenuto nel pieno rispetto della volontà popolare e della Costituzione nata nel 2011: quindi senza traumi e lacerazioni del tessuto democratico, con un percorso pienamente condiviso dalle partin in causa.

 

La Tunisia molto diversa dall’Egitto

Una vera rarità, soprattutto se si pensa che l’Egitto, il secondo Paese ad affacciarsi sul palcoscenico della Primavera araba, è di nuovo sotto il tallone dei militari. Ora, dopo le frasi di circostanza – scontate ancorché necessarie e condivisibili – i leader europei, e in particolare quello italiano, dovranno decidere come sostenere la Tunisia in questa delicatissima fase, sapendo benissimo che strade come quella della guerra internazionale contro il terrorismo (war on terrorism) sono sconsigliabili, anche perché la formula mal si adatterebbe a un Paese dove la democrazia c’è già e non necessita quindi di essere importata, ma solo aiutata.

 

I tunisini si difendono dal terrorismo jihadista

Fino questo momento, il Paese avviato nel Novecento sulla strada di una complessa emancipazione, è in grado di difendersi dal terrorismo jihadista, così come accade, sebbene in un contesto diversissimo, per il Kurdistan iracheno.

Ma proprio le corrispondenze in arrivo dal Kurdistan parlano di grandi esitazioni dell’Occidente nel sostenere – ad esempio con l’invio di armi adeguate – esperienze politiche innovative minacciate dall’Isis. Le frontiere curde – sulla carta inesistenti, perché non esiste uno Stato curdo – vengono difese con strenuo eroismo e con armi prevalentemente leggere dai peshmerga, guerriglieri tra i più esperti al mondo: fino a quando questo basterà.

 

L’Europa ha ancora un ruolo da giocare

Per il momento nessun esercito jihadista sta marciando verso le frontiere tunisine, ma la Libia traballa sotto i colpi del Califfato e questo può destabilizzare l’intera area. È auspicabile che d’ora in poi, traendo lezione anche dal sanguinoso attentato di Tunisi, l’Europa non si lasci sfuggire l’occasione di avere finalmente una politica e magari cerchi di far dimenticare le troppe esitazioni registrate sul fronte curdo.

 

 

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