Referendum: il quesito sulle trivelle

Il conto alla rovescia è finito: al “Referendum No-Triv” oggi si vota dalle 7 alle 23. Il Viminale comunicherà le rilevazioni sui votanti alle 12, alle 19 e alle 23. Il raggiungimento o meno del quorum si dovrebbe conoscere, quindi, in contemporanea con la chiusura dei seggi.

Gli aventi diritto al voto sono quasi 51 milioni di italiani: 46.887.562 residenti in Italia; a cui vanno aggiunti 3.898.778 di residenti all’estero, che devono esprimere il proprio voto per corrispondenza che fanno quasi 51 milioni (come mostra la grafica qui sotto). Il “numero chiave”, però è quello del quorum che rende valido il referendum, che è oltre i 25 milioni (25.393.170 per la precisione).

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Il quesito su cui si vota

Ma su cosa saranno chiamati gli italiani ad esprimere il proprio voto? Il nome con cui è passata nel linguaggio comune e giornalistico questa consultazione, promossa per la prima volta in Italia da 9 Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise), non aiuta a capire precisamente il quesito referendario che non riguarda il divieto di effettuare nuove trivellazioni, che sono già vietate entro le 12 miglia e continueranno a essere permesse oltre le 12 miglia anche in caso di vittoria dei sì.

Lo scrutinio inizierà subito dopo la chiusura dei seggi. Qui potrete seguite il susseguirsi dei dati diffusi dal Viminale.

 

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Entro 12 miglia dalla costa

Gli elettori dovranno decidere, invece, se i permessi per estrarre gas e petrolio in mare entro 12 miglia dalla costa (a questa distanza sono attivi al momento 92 impianti secondo i dati del Ministero dello sviluppo economico), debbano durare fino all’esaurimento del giacimento, come avviene attualmente, oppure fino al termine della concessione. Qui il racconto di chi ha già deciso.

 

 

Sulla scheda sarà stampato così…

Ecco il quesito così come sarà stampato sulla cartella elettorale: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?”.

Che succede se vince il sì
Al di là dei tecnicismi con cui è scritto, in pratica se si raggiungerà il quorum (50% dei votanti) e se la maggioranza voterà “sì” verrà cancellata la norma che permette alle compagnie petrolifere di continuare a trivellare finché c’è qualcosa da estrarre e le aziende saranno obbligate a dismettere le trivelle una volta scaduta la concessione. Non cambierà nulla invece per le perforazioni in mare oltre le 12 miglia (43 impianti), che proseguiranno.

 

Ma se vince il no…

Viceversa, se non si raggiungerà il quorum o vinceranno i “no” le attività petrolifere già in corso non avrebbero scadenza certa, ma proseguirebbero fino a esaurimento del giacimento. Questo nonostante le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia.

 

Effetti al lungo termine
Gli effetti del voto, in caso di vittoria del sì, non saranno immediati e contemporanei in tutti gli impianti, ma ovviamente dipenderanno dalle diverse scadenze delle concessioni. Questi permessi rilasciati dallo Stato alle compagnie hanno una durata iniziale di trent’anni, prorogabile la prima volta per dieci, la seconda per cinque e la terza per altri cinque. La prima chiusura di una trivella entro le 12 miglia avverrebbe dunque tra due anni, per l’ultima bisognerebbe aspettare fino al 2034, data di scadenza della concessione rilasciata a Eni ed Edison per trivellare davanti a Gela, in Sicilia.

Le ragioni del Sì
Sono a favore del sì la maggior parte delle associazioni ambientaliste, preoccupate per l’inquinamento marino e ambientale connesso alla presenza delle piattaforme estrattive.  In testa Greenpeace (questo il video realizzato con il contributo di 12 artisti).

L’associazione recentemente ha pubblicato un rapporto basato sui dati raccolti dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca) che mostra come tra il 2012 e il 2014 nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme siano state trovate sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge.

I dati sull’inquinamento

I dati diffusi da Greenpeace non sono gli unici a preoccupare dal punto di vista ambientale. Secondo un rapporto del Parlamento europeo tra il 1994 e il 2000 nel Mediterraneo, in prossimità delle piattaforme estrattive, ci sono stati  9mila piccoli sversamenti di petrolio in mare. E il Wwf ha pubblicato la scorsa settimana l’ebook “Trivelle insostenibili” in cui si denuncia, tra l’altro, le royalties troppo basse pagate dalle compagnie per estrarre idrocarburi dai fondali marini italiani.

Le ragioni del No

Contro il referendum (oltre al Governo Renzi) si batte il comitato “Ottimisti e Razionali”, presieduto da Gianfranco Borghini e costituito da personaggi provenienti soprattutto dal mondo delle imprese. Secondo gli esponenti del comitato il referendum è assolutamente “strumentale” perché il settore degli idrocarburi è una settore ricco di tecnologia e professionalità, con vantaggi in termini occupazionali ed economici. Per cui se gli italiani votassero sì, dicono dal Comitato, non solo le compagnie sarebbero costrette a licenziare (ma numeri precisi sulle persone occupate sulle piattaforme entro le 12 miglia non ci sono) ma, soprattutto, il Paese dovrebbe aumentare le importazioni di gas dall’estero.

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