Ho avuto un’amica anoressica, pesava 38 chili…

Ho avuto un’amica anoressica. Se ai tempi, quando era malata di brutto, le avessi detto in faccia questa definizione di sé, mi avrebbe mandata a quel paese dicendomi: non sono anoressica, mi piaccio così. Così la sua malattia è entrata nel nostro rapporto come una cosa normale: si sapeva che se andavamo al ristorante dovevo aspettare che vomitasse per poi andare al cinema.

Si sapeva che se non aveva il thermos con il latte non si poteva andare in giro, perché quel surrogato di biberon era l’unica cosa di cui si nutriva e senza si sentiva perduta. Qualsiasi scatoletta anche scaduta avessi in dispensa, qualunque resto di cibo ammuffito ci fosse nel frigo, sarebbe passata lei, cavalletta affamata e avrebbe spazzolato tutto.

 

Assaggiò pur il cibo dei gatti…

Assaggiò il cibo dei gatti: “Tanto poi lo vomito”. All’inizio mangiava e poi vomitava per non ingrassare, ma andando avanti con la malattia mangiava per vomitare. Così sua mamma, quando la lasciava sola in casa, nascondeva l’insalata di polpo pronta per la cena nell’armadio delle lenzuola, sotto una coperta pensando: qui non la troverà mai. Lei, cane da tartufo, la trovava. È arrivata a pesare trentotto chili e io non ero più sua amica, non perché non volevo starle vicina, ma perché era diventata un’altra persona, che non riconoscevo più: era diventata la sua malattia. Sua mamma ha continuato ad essere sua mamma, faceva la sarta e le stringeva le gonne a mano a mano che dimagriva.

 

Un giorno le ho detto: “Adesso basta”

Un giorno le ha detto: adesso basta, non te le stringo più, devi ingrassare tu. E lei andava in giro con le gonne che le cascavano. Allora, anni ottanta, l’anoressia era poco conosciuta. In ospedale ha rifiutato l’alimentazione forzata – maggiorenne, poteva farlo – e quando hanno provato a nutrirla con le flebo se le staccava, le svuotava nel gabinetto. Sua madre le portava i dolci in ospedale e lei li rifilava alla vicina di letto a cui proibivano di mangiarli, perché aveva la glicemia alta. Quando la pesavano si riempiva gli slip di gettoni telefonici e il medico diceva: ah, però, sei ingrassata di un etto. Era furba come una volpe. Un giorno la incontrò un vecchio amico, uno che non la vedeva da tanto tempo e la ricordava pochi anni prima, splendida ragazza, sogno erotico di tutto il liceo.

 

“Ma così fai schifo…”

“Perché sei così magra?” “Mi piaccio così”. “Ma così fai schifo” disse lui. Me lo raccontò subito, dicendomi: ”Ha ragione”. Una frase banale, detta al momento giusto, può far scattar qualcosa, non si sa perché. Poi il percorso è ancora lungo.

Oggi la mia amica è una bella signora dal fisico invidiabile. E siamo ancora amiche.

 

In Francia presentata proposta di legge contro modelle e siti pro anoressia.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto