Presentato a Bologna “Quando nascesti tu” con l’autrice Nadia Tarantini

Oggi sabato 16 dicembre, alle 16,30, l’Associazione Armonie, presenterà in via Emilia Levante 138, nell’ambito del programma “La Biblioteca rivisitata”, “Quando nascesti tu, stella lucente” di Nadia Tarantini (nella foto in apertura), edito da L’Iguana.

Parleranno del romanzo con l’autrice Eleonora Federici e Giovanna Fonti. Pubblichiamo la recensione di Achille Pisanti (nella foto in basso), di un romanzo che il critico definisce “barocco e transgenico”.

 

La recensione di Achille Pisanti

Conosco la storia del libro, in gestazione per più di trent’anni, dei quali gli ultimi venti con scambi continui di esperienze lavorative e chiacchierate, quindi sono stato molto felice quando ho saputo che era finito e pubblicato.
Romanzo di fantascienza apocalittica, genere distopico.
Protagonisti: in un grande collettivo emerge Marcela, trentenne.
Siamo nel 2346, nel 2127 c’è stato il Grande Disastro che ha segnato l’uscita dal mondo come lo conosciamo noi (Nadia Tarantini ci sta dicendo che la catastrofe è vicinissima, centodieci anni eppoi plof! ). Marcela fa ricerche nel Mondo dei Sepolti per capirne il mistero.

Un popolo sotto una grande calotta

Il popolo è quello dei Galattiani, vivono sotto una grande Calotta, la città è Romapur.
Marcela ha un compagno, Igor. Poi, a fare da sponda in una sorta di triangolo non amoroso ma certamente attrattivo, c’è Mateus, il Deviante.
Eppoi Karol, colui che ha la memoria del Grande Disastro e ha consegnato a Marcela i nastri per poterlo interpretare.
Eppoi Magdalen, la scienzata tutor di Marcela.

Il padre morto orribilmente

Mariana, la madre di Marcela che è molto presente e viva nel ricordo della ragazza (più del padre Mecenate, anch’egli morto, ed in maniera orribile come scopriremo).
Eppoi Amina, la reggente dei Sepolti; Amy, l’amica di Marcela, Faustinus il nano, Pablo, Jorge, Marcus, Theofilus , infine Sirius, il potente di turno.
Una schiera di personaggi numerosa, che ruota attorno a Marcela.

La diciassettesima vita

Siamo in una società ipercontrollata, e siamo nella diciassettesima vita di Marcela la vita infatti si può tecnologicamente rigenerare (senza mantenerne memoria) attraverso successive ibernazioni.
Il primo titolo del racconto originario era infatti La diciottesima vita, ed era a mio avviso un bellissimo titolo.
Ma questo passaggio dalla vita diciassette alla vita diciotto è più problematico perché presuppone per Marcela una serie di scelte ed opzioni delicate e drastiche, che hanno a che fare con la cancellazione definitiva della memoria e delle emozioni collegate.
Alla luce di queste scelte, come sarebbe la diciottesima vita di Marcela?

Dubbi, indagini, precauzioni
È questo il tema del romanzo: le scelte di Marcela, i suoi dubbi, le sue paure, le sue indagini, le sue precauzioni, le pressioni su di lei, i complotti politici e scientifici che si trova a fare emergere nel suo percorso. Tematiche di rischio bio-planetario, di dubbi bio-genetici, di ansie e paure collettive, di snaturazione dell’umano,di algidità emotiva, di manipolazione.
Autoritarismo nascosto sotto il razionalismo tecnologico.

Un grande affresco neo-barocco

Tutte questioni angosciose stipate dentro questo grande affresco neo-barocco.
Cos’è il neo barocco per me?
Il decentramento dell’uomo, il vuoto al centro, la narrazione tumultuosa alla periferia.
La allegoria che traborda sul significato denotativo.
Esso caratterizza la nuova serialità post-devolution e caratterizza anche sorprendentemente questo romanzo di Nadia Tarantini.
La caratteristica dello storytelling neo-barocco è la complessità, il coralismo, la caduta dell’umanesimo, il decentramento dell’uomo, il pessimismo storico e filosofico.
La distopia ad esempio: è questo un momento in cui la fantascienza distopica e apocalittica ha un rilancio straordinario nella nuova serialità (Black Mirror, Westworld non a caso firmata Nolan), The Handmaid’s Tale da Atwood.

Un libro pensato 30 anni fa entra nelle correnti di oggi

È sorprendente come un libro pensato trent’anni fa come questo si vada ad inserire a tutto titolo in questo main stream con una caratura narrativa e filosofica notevole: quindi, sì nato trent’anni fa ma moderno, a pieno titolo oggi.
Perché tutto ciò? Perché è questo lo scenario di storytelling attraverso il quale Nadia Tarantini vuole porre le sue questioni di drammatica attualità della fantascienza, cioè: la paura del futuro.
Quali sono le parole chiave di questa paura?
In primo luogo: vittime. Siamo vittime di cosa ? del futuro, del progetto, della politica, dell’enigma, del Cubo (dimensione incubica del romanzo).
In secondo luogo: emozione. L’immortalità, nel romanzo, si paga con la perdita della memoria e delle emozioni (il cui collegamento è la cifra nel tappeto del romanzo).
In terzo luogo: in questo contesto ansiogeno, che ne è della scelta femminile, la procreazione: cioè la maternità e quale maternità?
Ho conosciuto a fondo due libri precedenti di Nadia Tarantini: il Risveglio del Corpo e Laboratorio di scrittura.

La scrittura seriale creativa

Il primo perché è stato un testo fondamentale e un anticipatore delle discipline e dei saperi della wellness, il secondo perché ha a che fare con quello che faccio anche io, scrittura creativa seriale, e difatti c’è in esso anche un mio piccolo saggio sulla Scrittura Digitale.
Penso che dobbiamo guardare a questo primo romanzo di Nadia Tarantini come se fosse anche una derivazione in storytelling di quei due primi libri.
Dunque: corpo e scrittura.
La scrittura ha una sperimentalità notevole, alternando registri emotivi in prima persona al presente indicativo, con quelli della narrazione distanziata al passato remoto, ad una sorta di linguaggio della coscienza che viene a sottolineare i passaggi importanti. Dunque, anche qui, complessità e modernità.
Il paradigma narrativo, cioè la strutturazione della conflittualità, dato l’alto livello di ambiguità degli avvenimenti (leggibili non solo in un modo, ma in vari modi, tutti quindi interpretabili ), non procede per opposizione ma per diffusione centripeta, direi quasi per infezione.
Gli obbiettivi, i percorsi per raggiungerli e la quota di incertezza e di ansia che li accompagna si diffondono come una epidemia angosciosa.
Evidentemente quando la narrazione è il frutto di tutte le nostre ansie bioetiche e filofofiche, questo è il risultato, ed è un risultato molto interessante perché diverso dallo standard e sicuramente più complesso.

L’incidenza del corpo

C’è, poco da dire, tutto in questo libro è corpo. È sensazione del corpo, memoria dei corpi,
emozioni, manipolazioni, teletrasporto o telepatia dei corpi. Una corporalità che da algida sa riscaldarsi, ma sempre su un piano concettuale o visionario.
Se vi aspettate il melodramma, qui non lo troverete, qui è tutta visione e previsione ansiosa del futuro: come ho gia’ detto, un affresco distopico barocco.
Infine: la questione del genere di appartenenza.
Mi interessa perché è un piano sul quale il romanzo cerca una via innovativa, una evoluzione, una crescita. Di recente è stato pubblicato un bel numero della rivista Leggendaria che ricostruisce e orienta a ragionare di una SF al femminile, o post-femminile che sia.
Per me la questione si pone in maniera diversa, ed è l’ultimo elemento che voglio mettere in luce a qualificare il romanzo di Nadia Tarantini.
Cosa ci dice la convenzione? Ci dice che la fantascienza è un genere maschile, come il western o come il war tale. Lo è stato nei paesi anglo-americani, lo è stato in Francia, lo è stato in Italia.
Voi mi direte: ma come, in Italia scrittrici come Roberta Rambelli, Gilda Musa, Daniela Piegai sono a pieno titolo scrittrici di fantascienza. Certo, ma il loro contributo in termini di storytelling è quello di partecipare a un genere che riconoscono come maschile e straniero (difatti spesso e volentieri quelle che ho citato si firmano con nomi d’arte maschili e stranieri).
Questa è la convenzione, e non dimentichiamoci che i generi si fondano su delle convenzioni.

Un contenuto femminile per un genere maschile
Il problema che affronta Nadia Tarantini in questo romanzo è quello di approcciare questo genere distopico ed inserire (come un microchip sotto la pelle della narrazione – l’innesto nel Cubo o nel cervello di cui si parla ) elementi che diano un contenuto femminile ad un genere maschile, inserire degli organismi narrativi e concettuali geneticamente modificati che cambino l’identità genetica della SF, virandola al femminile.
È una specie di massiccia operazione chirurgica estetica e genetica.

Un romanzo “transgenico”

Ma possiamo spingerci anche oltre: l’identità maschile della SF qui viene provocata ed orientata a pensarsi al femminile, a rispecchiarsi nel corpo e nell’anima della donna e nella sua capacità creativa e procreativa, la sua potenziale maternità, adoperando tutte le valenze, gli attributi ed i talenti di quello che Nadia Tarantini chiama “il podere” e non semplicemente “il potere” delle donne.

Quindi per me questo è un romanzo che sposta l’identità genetica della SF dal maschile al femminile, quindi è un romanzo sostanzialmente transgenico.

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