Legge 40, Andrea Borini: “Ma molte coppie italiane vanno ancora all’estero”

La cronaca dimostra che non bastano le sentenze dei tribunali a rimettere ordine in una materia così complessa, regolata per giunta, in Italia, da una legge nata e fatta male. Un anno fa la Corte Costituzionale cancellava uno dei divieti più intollerabili della legge 40 ossia la possibilità per le coppie con sterilità assoluta di utilizzare ovociti o spermatozoi provenienti da donatori esterni.
Il divieto, in dieci anni, aveva costretto moltissime coppie ad andare all’estero, in Spagna, Grecia e Svizzera, in cerca di una gravidanza: circa 4.000 nel 2011 secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul turismo procreativo. Le sentenza di ieri sera sulle coppie malate aggiunge un tassello a una legge che fin qui è stata smontata pezzo per pezzo.

 

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Le cose non sono cambiate di molto
A prescindere dall’ultima sentenza, però, le cose non sono cambiate di molto per quelle coppie che sono obbligate a ricorrere a gameti esterni.
L’assenza di linee guide ministeriali (il ministro Lorenzin le ha annunciate a breve), l’ordine sparso con cui si sono mosse le Regioni (in alcune la procedura è a carico del Servizio sanitario nazionale e si paga solo il ticket, in altre è a totale carico dell’assistito) e soprattutto la sostanziale assenza dei donatori hanno creato l’empasse. Così che a oggi, le coppie che hanno potuto accedere all’eterologa in Italia sono davvero poche.
“La situazione attualmente è un po’ bloccata, soprattutto rispetto alla domanda crescente di poter accedere a questa pratica”, ammette Andrea Borini (nella foto), presidente dell’Osservatorio sul turismo procreativo e della Sifes (Società italiana fertilità e sterilità).

 

A cosa è dovuta l’empasse?
Le ragioni sono molteplici e riguardano soprattutto la carenza di donazioni, in particolare per quanto riguarda gli ovociti.

 

Come mai ci sono così poche donatrici?
Bisogna considerare innanzitutto che l’età media delle donne che affronta la fecondazione omologa è un po’ cresciuta rispetto al passato e questo le esclude dalla possibilità di donare i loro ovociti (il cosiddetto egg-sharing), visto che l’età massima per donare è di 35 anni. Poi la possibilità di congelare gli ovuli in eccesso per utilizzarli, nel caso, in seguito restringe ulteriormente il campo delle donne disposte a donare. Ma non è solo questo il problema.

 

E qual è?
In assenza delle linee guida ministeriali, attualmente si fa riferimento a un documento unitario redatto in sede di Conferenza delle Regioni. Peccato che abbia ricalcato quasi completamente la bozza allo studio del ministero che prevedeva per esempio l’obbligo per le donatrici del tampone vaginale che certificasse l’assenza d’infezioni. Ovviamente si tratta di una prescrizione senza senso, visto che l’ovocita è dentro l’ovaio e anche qualora la donna abbia una vaginite questo non ha alcuna ripercussione sull’ovulo e non rende più rischioso il trasferimento in utero degli ovociti fecondati.
In ogni modo questo obbligo, non previsto in nessun altro Paese europeo, ha bloccato, per esempio, l’utilizzo di ovociti crioconservati, in quanto nei centri non erano disponibili i tamponi vaginali dell’epoca in cui erano stati congelati.

Il fatto che in Italia non si preveda qualche forma di rimborso per chi dona può essere un problema?
Certamente, anche perché la donazione di ovuli richiede un percorso impegnativo fatto di analisi, stimolazioni ormonali, un intervento chirurgico in day hospital per prelevarli. Per questo molti altri Paesi prevedono una sorta di rimborso spese per le donne che donano.

Va meglio con le donazioni di spermatozoi?
Non molto, anche se è oggettivamente più facile. La verità è che, nonostante le promesse, è stata fatta poca informazione e il ministero non ha mai avviato alcuna campagna di sensibilizzazione alla donazione. È rimasto tutto molto in sordina e quindi è difficile attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema.

E dunque che succede?

Che molte coppie continuano ad andare all’estero e i numeri del turismo procreativo non sono diminuiti poi di tanto rispetto agli anni scorsi. Oppure la novità è che alcuni centri, anche pubblici, importano ovociti dall’estero stringendo accordi con bio-banche straniere. Ma anche in questo caso il percorso non è così lineare e ci sono numerose difficoltà sanitarie e burocratiche.

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