Addio a Eleonora Fais: 43 anni alla ricerca della verità sulla strage di Montagna Longa

Se n’è andata per una malattia che le aveva rubato le ultime energie, dopo che per lustri aveva chiesto giustizia e si era scontrata con muri di silenzio. Una battaglia durata quasi 44 anni e dimenticata dalla maggioranza degli italiani. È morta così Eleonora Fais, sorella di Angela, scomparsa giovanissima nell’indecifrato disastro aereo di Montagna Longa.

Non si rassegnava alla reticenza delle istituzioni

Vivace e instancabile quasi fino all’ultimo, incapace di rassegnarsi all’oblio e alle reticenze istituzionali che rendono molto difficile, per chi è stato toccato da vicende come questa, una compiuta elaborazione del lutto. Nella vita di Eleonora Fais, già militante del Pci, vicinissima a Pio La Torre, assassinato da Cosa nostra nel 1982, si erano accumulate più domande che risposte, e questo probabilmente le aveva fatto più male di quanto potesse farle una malattia. Una sconfitta di cui diceva di sentirsi responsabile, anche se non dimenticava come si fosse giunti a quel risultato.

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Il disastro il 5 maggio 1972

È il 5 maggio 1972. Il comandante comunica alla torre di controllo di trovarsi a cinquemila piedi sulla verticale dell’aeroporto palermitano di Punta Raisi. Sono le 22,18 minuti del 5 maggio 1972, quasi 44 anni fa. “Viro sul mare”, annuncia e il velivo inizia un’immenso arco, quasi un cerchio, perché il Dc8, un quadrimotore prodotto dalla Douglas Aircraf, possa appoggiare le ruote sulla pista “25 sinistra” di Punta Raisi. È l’ultima comunicazione radio prima che il volo Az 112 si schianti contro Montagna Longa, un rilievo di 935 metri che si erge sul confine tra i comuni di Cinisi e Carini.

“Sbandava come una persona malmenata”

Poco prima molti testimoni l’hanno visto passare già in fiamme sulle loro teste. “Procedeva sbandando, come una persona che sia stata malmenata. Hanno detto che i piloti, il comandante Roberto Bartoli e Bruno Dini, che in quel momento era ai comandi, avevano sbagliato rotta. Ma anche su una rotta sbagliata un aereo procede in maniera lineare, non come un un modellino di cartone lanciato da un bambino”, diceva Eleonora. Torretta, Partinico, Balestrate, poi la valle tra Cinisi e Montagna Longa. Qui il Dc 8 sbatte su una parete e poi rimbalza come una gigantesca palla infuocata su un piccolo altopiano.

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Furono 115 le vittime, nessun sopravvissuto

Il tracciato degli ultimi minuti di volo è un’ asettica collezione di puntini su una mappa, nella memoria di Eleonora era granito. Perché su quell’aereo c’erano 115 passeggeri e uno di questi si chiamava Angela Fais, giovanissima segretaria di redazione dell’Ora di Palermo e poi di Paese Sera, militante comunista, come tutta la sua famiglia, giovane cronista in attesa di diventare professionista.

La magistratura: “Colpa dei piloti”

Per la verità, una risposta – se così si può definire – la magistratura l’ha già data all’inizio degli anni Ottanta, dando la colpa a chi non può più rispondere, cioè ai piloti, professionisti con migliaia di ore di volo alle spalle e forti di moltissimi atterraggi e decolli proprio da Punta Raisi. La sentenza è stata una pietra tombale, che nel 2012 il parente di una delle vittime ha chiesto di risollevare per fugare dubbi, interrogativi, veri e propri misteri che gravano su quel disastro.

Da Trapani la pista neofascista e dei sequestri

Quando cerchi la verità, spiegava Eleonora, la vita continua. «Cresci i tuoi figli, ti occupi della famiglia, poi esci di casa e vai a bussare a tutte le porte che fino a quel momento sono rimaste chiuse». Un giorno Eleonora Fais ha bussato a quella della questura di Trapani, dove era custodito il rapporto su Montagna Longa di un serio e puntiglioso commissario di polizia, Giuseppe Peri, che aveva analizzato i fermenti di gruppi neofascisti e una serie di sequestri di persona. Il disastro, ipotizzava Peri, poteva essere stato provocato da una bomba che avrebbe dovuto esplodere a terra, quando i passeggeri avevano già lasciato il velivolo. Questo non era accaduto perché il volo Az 112 aveva dovuto dare la precedenza a un altro aereo, rimanendo in volo alcuni minuti più del necessario. Vero o falso che fosse, Peri non aveva potuto accertarlo perché qualcuno si era premurato di farlo trasferire. Un provvedimento, come scrive Francesco Terracina in una documentata analisi degli avvenimenti, propiziato dai buoni uffici di un magistrato e di un funzionario iscritti alla P2.

“Angela era felice, tornava da Roma”

“Non c’è bisogno che vieni all’aeroporto, vai direttamente al comizio davanti al Teatro Massimo, ci vediamo lì”. Furono le ultime parole di Angela dette a Eleonora. “Per noi era una specie di riflesso condizionato”, raccontava la sorella, “bisognava che le iniziative pubbliche ottenessero sempre il massimo di partecipazione, non un militante doveva essere distolto da questo compito, certo non per andare a prendere amici o parenti all’aeroporto”. Mancavano solo due giorni alle elezioni politiche anticipate, il presidente Giovanni Leone aveva sciolto le camere 12 mesi prima che la legislatura si concludesse. I ricordi di Eleonora erano netti e inossidabili. “Angela era felice. Stava venendo a Roma con il regista Franco Indovina, assistente di Francesco Rosi”.

L’intreccio con la mafia e il delitto Mattei

Indovina cercava elementi per ricostruire vita e morte di Enrico Mattei, vulcanico presidente dell’Eni, e Angela era una delle fonti. Sull’aereo insieme a loro c’erano personaggi importanti. All’epoca si disse che la mafia aveva tutto l’interesse a provocare l’incidente perché a bordo c’erano, tra gli altri, il comandante della Guardia di Finanza di Palermo e il magistrato Ignazio Alcamo, che aveva preso provvedimenti restrittivi nei confronti di Francesco “Ciccio” Vassallo, costruttore legatissimo a Vito Ciancimino. Un altro passeggero era Letterio Maggiore, già medico medico personale di Salvatore Giuliano, secondo Terracina uno dei pochi a conoscere la vera storia della strage di Portella della Ginestra.

Quel giorno c’era un’esercitazione

C’era più di un motivo per indagare meglio su quel disastro. Giuseppe Casarrubea, scomparso anche nel 2015i, da anni gestiva un prestigioso archivio delle vicende siciliane e nazionali e ricordava che il 5 maggio 1972 era in corso un’esercitazione “Dawn Patrol” (ricognizione all’alba).Le foto ufficiali evidenziavano sulla carlinga del Dc 8 tracce di colpi che potevano essere la conseguenza dell’impatto, o forse la causa. Non fu mai disposta una perizia per accertarlo. Come se una voragine avesse inghiottito tutte le risposte, lasciando solo le domande.

Un caso Ustica ante litteram?

“Una di queste”, diceva Eleonora Fais, “riguarda la conversazione tra il comandante Bartoli e il pilota di un Ilyuscin sovietico. Si sa che i due si parlavano in inglese, ma di quell’aereo non si sa altro. Che ci faceva a Punta Raisi, chi erano i passeggeri a bordo, dove era diretto?” Impossibile nascondere il dubbio che quella di Montagna Longa sia stata una tragedia molto simile a quella di Ustica, quando un Dc 9 diretto a Palermo fu abbattuto per errore nel corso di un’azione di guerra i cui contorni non sono ancora completamente definiti. “Siamo stati lasciati soli, anche dal partito”, concludeva Eleonora e altro non voleva aggiungere.

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