La Profezia dell’Armadillo: nei cinema il film da Zerocalcare, parla Scaringi

A fine Ottocento, Pinocchio, un burattino di legno destinato a compiere un vero e proprio percorso di formazione per diventare un bambino a tutti gli effetti, aveva come voce della coscienza, un grillo parlante un po’ moralista, ma saggio e di buon senso.
Oggi, a Tiburtina Valley, nei pressi del quartiere romano di Rebibbia, Zero, il protagonista della “Profezia dell’armadillo”, il film che Emanuele Scaringi ha realizzato dal fumetto omonimo di Zerocalcare (Michele Rech), è un quasi trentenne che ha difficoltà a proiettarsi nel mondo degli adulti, con una coscienza un po’ più ingombrante, ma sicuramente meno matura: l’armadillo.

C’è pure un cameo con Adriano Panatta

Il mondo di Zero, abile disegnatore, è fatto di lavori saltuari, reiterata visione dei film più amati, citazioni di personaggi anni ’80 insieme all’amico Secco, ripetizioni a un ragazzino di Roma Nord, storica antagonista di Roma Sud, che, così come i suoi abitanti, sembra rimasta più naif, ma sicuramente più vera e struggente.
Irresistibile l’incontro del protagonista con Adriano Panatta, che appare in un cameo all’interno del film.
È da tutto questo che Zero non riesce a emanciparsi, forse anche a causa dai cupi pronostici della sua coscienza: “si chiama Profezia dell’Armadillo qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen”.

La morte dell’amica Camille
Fino a quando non arriva una notizia che mette in crisi la sua stessa identità: la morte dell’amica d’infanzia Camille, una ragazzina alla quale non è mai riuscito a confessare il suo amore.

Nonostante il mondo del fumetto sembri prestarsi in modo particolare al cinema, realizzare un film tratto da un’opera grafica, è particolarmente difficile, tanta è la potenza esercitata sull’immaginario dei lettori, dai personaggi di carta.
È con piacevole stupore perciò, che al 75° Festival di Venezia, nella sezione “Orizzonti”, abbiamo visto “La profezia dell’armadillo” in anteprima, e l’abbiamo trovato un film poetico e divertente al tempo stesso, riuscendo a percorrere una strada propria e originale, senza tuttavia tradire il fumetto, che è ormai un vero e proprio “cult” generazionale.
In uscita nelle sale, il 13 Settembre, il film è stato prodotto da Fandango e Rai Cinema, con la sceneggiatura di Zerocalcare, Johnny Palomba, Valerio Mastandrea e Oscar Glioti, e interpretato da Simone Liberati, Pietro Castellitto, Valerio Aprea e Sofia Staderini.
Ne abbiamo chiacchierato con il regista Emanuele Scaringi.

 

Com’è nata l’idea di fare un film dal libro di Zerocalcare e perche’ proprio quel fumetto in particolare?

L’idea c’era già, a me è stato chiesto di curare la regia dopo la scrittura del copione. Zerocalcare l’ha riscritta interamente avvicinandola il più possibile all’idea del fumetto. Ti posso dire che cosa mi colpisce di quella storia. La freschezza nel modo di raccontare, è molto preciso e diretto. L’ironia a tratti sferzante. Un contesto poco visto e soprattutto raccontato con uno sguardo diverso, privo di retorica. Ha centrato un tempo, un momento storico, particolare.

Il libro nasce come un insieme di tanti episodi autoconclusi, se pur con un filo conduttore, la vicenda di Camille ad esempio. È stato difficile rendere fluida la storia?

Sono stati molto bravi gli sceneggiatori a compattare la storia, a renderla un racconto unico mantenendo però lo spirito della graphic novel. Ha una struttura per certi versi insolita. Per il personaggio di Zero, Camille è un rimosso con cui fare i conti. Il tema dell’elaborazione del lutto strutturalmente aiuta in questo senso perché si basa sull’affrontare questo trauma attraverso scene quotidiane che prendono corpo a livello emotivo. Per fare un esempio, con le dovute proporzioni, penso a grandi classici come “Stand by me”, “Il Grande freddo” o il recente “Manchester by the sea”. La sfida è stata affrontare questo tema con il tono della commedia.

Qual è stato l’aspetto più complesso nella trasposizione dal fumetto al film?

Non rispondere ai fan, alle critiche a vanvera, ai preconcetti. I social mi hanno sorpreso in negativo. Non pensavo a tanto clamore. Sono stato tentato di cercare un confronto, perché non riesco a comprendere tanto livore. Datevi una calmata, è soltanto un piccolo film! Ma poi sarei passato per rosicone. Intendiamoci le critiche sono sacrosante, ben vengano. Non mi aspetto che il film piaccia a tutti. Ho cercato di fare del mio meglio, con onestà intellettuale.
I social stanno diventando un brutto posto. Non riesco a tollerare le sparate, tanto per parlare, quasi sempre ego riferite, del noi e voi, della ricerca dello scontro per forza, del mettere alla berlina qualsiasi cosa si faccia, ancora prima di vederla. Mi sanno tanto di populismo.

So di esagerare, perché è in un contesto forse insignificante, quello riferito a un piccolo film indipendente. Ma quello che mi spaventa è il modo di pensare. Se uno per legittimare se stesso, la propria esistenza, ha bisogno di denigrare qualcun altro, forse ci è scappata di mano qualcosa. Non mi appartiene culturalmente questo modo di ragionare, questo tipo di scontro. Si può essere fan senza essere fanatici.

Nonostante il fumetto sia lo specchio del disagio e delle incertezze di una certa generazione incapace di crescere veramente, e quindi in un certo senso “universale”, il legame con Roma, la sua periferia, e alcuni modi di dire tipicamente romani, e’ indubbio. Come vi siete regolati?

Non c’è un passaggio all’età adulta. Il film non è un romanzo di formazione ma un’elaborazione del lutto. Zero e Secco hanno quasi trent’anni, non sono adolescenti, ma uomini, intrappolati. Le incertezze sono dovute a questa crisi contemporanea assurda, all’essersi formati in un sistema lavorativo, quello dei padri, che è deflagrato e ci si è ritrovati sbalzati fuori dai sistemi produttivi. Questa è la prima volta dal dopoguerra dove la generazione dei figli è più povera di quella dei padri.

Non è facile raccontare Roma. Non è un luogo unico, è stata vista mille volte.

Quella zona, la Tiburtina valley, magari è un po’ meno battuta, è un posto da cui si parte ma non si arriva. La conosco bene perché ci sono cresciuto. Ho cercato di raccontarla con un mio sguardo, ad altezza delle persone che ci vivono. Senza esagerare nei tic, nella parlata, nei luoghi comuni. È una Roma metropolitana, working class, nel momento in cui il working se ne è andato a farsi benedire.
Ho cercato in tutti modi di combattere lo stereotipo sulla periferia di cui siamo sommersi ultimamente.  A volte si ha l’impressione di andare allo zoo a vedere gli animali in gabbia. Come dice Daniele Vicari, nel racconto delle periferie c’è una sorta di classismo compassionevole. C’è uno immaginario dominante, che alla fine è sempre rassicurante. A volte persino autoindotto. Reazionario. Ho provato a raccontare una periferia del mondo. Un universo complesso dove convivono mescolate diverse classi sociali. Dove le persone comuni, appunto, vivono.

È stata laboriosa la scelta degli attori? E l’armadillo, come è stato reso?

Siamo partiti in fretta. Mi hanno consegnato la sceneggiatura a fine aprile a ottobre sono iniziate le riprese. Abbiamo fatto diversi provini. Sono rimasto stupito dalla bravura degli attori. Anni a pensare a come fare le inquadrature e poi hai una bellissima epifania. C’è un livello altissimo.  Cito gli under 30 che ho avuto la fortuna di incontrare: Giacomo Ferrara, Antonio Folletto, Guglielmo Poggi, Valentino Campitelli, Emanuele Linfatti, Eduardo Valdarnini, Emanuele Macone, Samuele Biscossi, Matteo Giordani, Benedetta Porcaroli, Benedetta Gargari, Giulia Valentini, Rosa Diletta Rossi, Michela De Rossi, Diana del Bufalo, Bianca di Veroli.
Per Zero e Secco dovevo trovare una coppia che fosse ben assortita. Quando funziona te ne accorgi, si crea una specie di magia che ti regala momenti unici.
E con loro, Simone Liberati e Pietro Castellitto, ho potuto intraprendere questo viaggio pazzesco.
Camille è stato il personaggio più complicato da trovare. Poi un giorno, per fortuna, è apparsa Sofia Staderini.
Per l’armadillo abbiamo fatto diversi studi, dall’animazione, al cgi, ai prostetici. Alla fine abbiamo fatto una scelta un po’ vintage, che ricordasse alcuni film e mondi che riecheggiano nei lavori di Zerocalcare. L’armadillo è un po’ il nostro Gremlin. Ma anche qui, se non hai  un grande mattatore come Valerio Aprea a dargli anima e corpo, non c’è effetto che tenga.

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