Micro imprese: per le donne i soldi ci sono, ecco dove

Autoimpiego, microincentivi, conciliazione tra famiglia e lavoro. Sono solo alcune delle diciture sotto cui vanno le proposte per sostenere l’avvio e lo sviluppo di nuove imprese che hanno un denominatore comune: sostenere l’imprenditoria femminile. Una realtà che, secondo recenti dati di Unioncamere, in Italia si compone di 1 milione e 300mila imprese e che dimostra un tasso di crescita, nel trimestre compreso tra aprile e giugno 2014, dello 0,73 per cento a fronte di una contrazione generale delle partite Iva. Non si tratta per forza un indice positivo, essendo le donne spesso espulse – o quanto meno discriminate – più degli uomini dal mercato del lavoro, ma l’aspetto positivo sta un elemento: l’affermazione della womenomics, neologismo nato nel 2009 che, da titolo di un libro delle giornaliste Claire Shipman e Katty Kay, è divenuto sinonimo della risposta femminile alla crisi economica e occupazionale.

In principio fu una legge del 1992

Conosciuta come norma volta a introdurre “azioni positive per l’imprenditoria femminile”, la legge 215 del 1992 del ministero dello Sviluppo economico è stata uno dei primi vademecum per l’accesso a finanziamenti in rosa. Condizione fondamentale, come prescrivono i ciclici bandi ministeriali, è essere ditte individuali intestate a donne, società di persone e cooperative in cui il 60 per cento siano al femminile o società di capitali le cui quote per i due terzi siano di socie presenti per almeno un terzo nel consiglio d’amministrazione. Il tutto orientato verso il piccolo: altri requisiti, infatti, è che il numero dei dipendenti sia inferiore alle 50 unità, che il fatturato non superi i 7 milioni di euro e che non si sia di proprietà di imprese più grandi. Se tutti questi fattori sono rispettati, allora si può accedere a finanziamenti in parte a fondo perduto e in parte da restituire in 10 anni a un tasso agevolato dello 0,5 per cento. In quali casi? Se si tratta di nuove aziende, se ne acquisiscono di preesistenti, si presentano progetti innovativi da sviluppare ex novo o si acquistano servizi da enti pubblici o privati, da società censite dal registro delle imprese oppure da professionisti iscritti ad albi.

 

aaaaabdonneTerritori, recupero di cervelli in fuga
A questo punta la Camera di commercio di Ferrara che, con il Comune emiliano, annuncia lo stanziamento di 400 mila euro per iniziare almeno a invertire un dato registrato nel 2013 dall’Aire (anagrafe italiana residenti all’estero): il numero di chi ha lasciato il Paese lo scorso anno è aumentata del 71,5 per cento rispetto al 2012. Dunque, se entro 6 mesi dall’assegnazione del contributo (a fondo perduto) si costituisce un’impresa nel territorio ferrarese, in una logica da “contro esodo” allora si potrà accedere al fondo che, più in generale, punta al sostegno delle start up. Duplice invece l’opportunità che proviene dalla Sardegna. Per la prima la scadenza è a stretto giro (31 gennaio 2015) e ha come obiettivo la “fabbricazione digitale”. Il che, tradotto in altri termini, vuole puntare sul consolidamento del parco tecnologico sardo offrendo fino a 15 mila euro di acquisire servizi attraverso cui arrivare alla rapida esecuzione di nuovi progetti. Più tempo ce n’è invece per il bando di Sardegna Ricerche: 800mila euro che, entro il 30 novembre 2015, vengano destinati ad attività estrattive, manifatturiere e a contenuto tecnologico.

La parola chiave è “micro”

In questo senso ci si è mossi a Rimini, tra Provincia e Camera di commercio, con il bando per la creazione e il sostegno alle nuove imprese, fino a 5mila euro per un totale di 125mila a fondo perduto (attenzione solo ai tempi: la scadenza è fissata per il 28 novembre 2014). E nello stesso range di cifre si è mossa la Regione Piemonte, dove esiste pure il fondo di garanzia a favore dell’imprenditoria femminile, anche se in questo caso si parla di tasso agevolato e non di fondo perduto. Su più fronti, invece, si muove da tempo il Veneto con una legge regionale del 2000 rivolta a imprese a “prevalente partecipazione femminile” e dello stesso anno è una norma per favorire “misure a sostegno della flessibilità di orario” destinate alle madri lavoratrici, ma anche ai padri, che non solo hanno bisogno di una certa elasticità per assistere i figli, ma che puntino al reinserimento lavorativo dopo la maternità e alla sostituzione di titolari d’impresa che hanno bisogno di assentarsi per ragioni di famiglia.

E le banche?

Occasioni del genere ce ne sono e un punto d’inizio nella ricerca di un finanziamento è rappresentato in primis dalle camere di commercio distribuite sul territorio nazionale che, spesso, hanno costituito bollettini e osservatori a favore dell’impresa femminile. Rimane il nodo spinoso delle banche e del loro sostegno soprattutto alle pmi, che vedono una maggior presenza di attività in rosa. Cariparma, Intesa San Paolo, Cassa di risparmio di Lucca, Pisa e Livorno e Gruppo Bipiemme sono quelle che al momento hanno proposte finalizzate nello specifico alle donne. In questo caso si tratta per lo più di accesso al credito (e in qualche caso, più modestamente, annunciano la sottoscrizione a protocolli d’intesa governativi), ma hanno un limite: le discriminanti sempre più strette che consentono agli imprenditori in generale, soprattutto quelli piccoli, di vedersi riconoscere linee di credito.

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