Srebrenica 20 anni dopo: la rabbia e i sassi contro il leader serbo (video)

“Quello che sta succedendo a Srebrenica è impossibile da descrivere. C’è qualcuno nel mondo che viene a vedere la tragedia che sta accadendo a Srebrenica e ai suoi abitanti? La popolazione di questa città sta scomparendo. Chi c’è dietro a tutto questo? Ho paura che non vivremo abbastanza per saperlo”. Così parlava Nino Catič, giornalista radiofonico, nel suo ultimo collegamento dal cuore della tragedia. Era il 10 luglio 1995, a Srebrenica, 8 mila musulmani bosniaci venivano sterminati dai connazionali di fede ortodossa al comando di Ranko Mladic.

All’origine uno scambio di prigionieri

La voce di Nino bucava l’etere, ma non la cappa di impotenza internazionale che aveva reso possibile il massacro. I caschi blu olandesi, forse non avendo completa cognizione di quello che sarebbe potuto accadere, avevano contrattato la liberazione di alcuni commilitoni, consegnando in cambio gli uomini di età superiore ai 12 anni e inferiore agli 80. Nino chiamava, nessuno rispondeva e, soprattutto, nessuno arrivava. Oggi uno speciale dell’Ansa, ripropone quella voce, registrata sullo smartphone della madre di Nino, Hajira, in viaggio da Tuzla a Srebenica per ritrovare quella voce.

Era l’11 luglio 1985

L’appello di Nino, inascoltato dal mondo, risuona nel tragitto che migliaia di madri, mogli, sorelle compiono a ritroso nel tempo. “Il giorno dopo fu l’ultima volta che vidi Nino. Mi disse che stava per scappare con alcuni amici sui boschi. Io scoppiai a piangere, ma lui mi consolò dicendomi: Non piangere, mamma, ci rivediamo a Tuzla”. L’11 luglio 1995 – poco prima che scattasse l’offensiva finale dei serbi – lei e il marito andarono a piedi in una località vicino a Srebrenica, Potočari, dove c’era la base dell’Onu.

Potočari, un monumento all’indifferenza

Oggi a Potočari ha sede il memoriale che ricorda le vittime del massacro. Ed è lì che si ferma per un po’ l’auto su cui viaggia Hajira. Potocari è un grande monumento all’indifferenza: era la sede del comando dei Caschi Blu dell’Onu. Forse da lì poteva arrivare la salvezza, o forse no, perché la potenza delle forze serbo-bosniache era soverchiante. Di sicuro poco fu fatto o anche solo azzardato. In omaggio a insormontabili ragioni geopolitiche, il mondo intero restò a braccia conserte mentre colpi di pistola e fucile mitragliatore inghiottivano ottomila vite.

Vucic costretto ad abbandonare la cerimonia

L’eco di quegli spari, delle voci che nessuno ha sentito, è intatta dopo 20 anni, fa soffrire e divide ancora. Nonostante 20 processi e 14 condanne di ufficiali serbo-bosniaci pronunciate dal Tribunale internazionale dell’Aia: la giustizia, nelle vicende umane, è indispensabile, ma arriva sempre dopo. E alle parole si risponde ancora una volta con le pietre. Ieri a Potocari, dove 50 mila persone erano intervenute per assistere, tra l’altro alla sepoltura di 136 vittime, identificate di recente grazie al Dna, il leader serbo Alaksandar Vucic ha dovuto lasciare la cerimonia dopo essere stato bersagliato da pietre e bottiglie (come si vede nel video sopra) .

Un eccidio che poteva essere evitato

Nessuno ha voluto ascoltare le parole con cui ha condannato l’orrore di 20 anni fa. Non si sa con esattezza quale calcolo fermò le forze che avrebbero potuto impedite il massacro di Srebenica, ma oggi sono chiarissimi gli effetti di quell’immobilità. Il fondamentalismo di matrice islamica ha contagiato una popolazione profondamente laica e un tizio che si fa chiamare Al-Bosni spera di diventare il primo califfo nel cuore dei Balcani.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto