La Boldrini: “Una donna dopo Napolitano”

Il Quirinale non conferma, ma – soprattutto – non smentisce la notizia delle dimisisoni di Napolitano. Anche se una nota del Colle usa tutte le cautele diplomatiche del caso.

Il Quirinale afferma che “i giornali hanno dato ampio spazio a ipotesi e previsioni relative alle eventuali dimissioni del Presidente della Repubblica. In realtà, i termini della questione sono noti da tempo. Napolitano, alla sua rielezione, indicò i limiti e le condizioni – anche temporali – entro cui egli accettava il nuovo mandato”.

È una sostanziale conferma delle dimissioni, anche se la nota è “sfumata” sui tempi.

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La Boldrini: ”È l’ora di una donna”

Entra direttamente in campo la presidente della Camera, Laura Boldrini: Mi auguro che le forze politiche stiano riflettendo sulla situazione e mi auguro che lo facciano in tempo utile”.

“Azzardare tempistiche sulla rielezione del presidente della Repubblica – continua la presidente della Camera – non è corretto. Ma è chiaro che è uno dei temi all’ordine del giorno”. Secondo Laura Boldrini, “da tempo il paese è pronto per avere un presidente della Repubblica donna. Il aese è molto più avanti della politica. In Italia ci sono donne autorevoli, che hanno delle storie significative ed è giusto che possano essere considerate”.

Tra le candidate al Quirinale si fa anche il nome dlela presidente della Camera, ma al momento non è una delle candidature più accreditate, perché il M5S non la ama e pe ril centor-destra è troppo di sinistra.

 

 

Tutti attendono il discorso di fine anno

Ormai lo scrivono tutti i principali quotidiani. Giorgio Napolitano ne ha abbastanza del Quirinale. Le dimissioni – si dice – potrebbero essere contenute nel discorso dell’ultimo dell’anno. Il nuovo presidente potrebbe essere al Quirinale già a gennaio del prossimo anno. E si parla con insistenza di “una” presidente. Si affacciano le prime candidature, tra cui l’attuale ministro della Difesa, Roberta Pinotti, Anna Finocchiaro, senatrice Pd di lungo corso, Marta Cartabia, giudice della Corte Costituzionale. Ma siamo ancora ai primi nomi. La corsa al Colle più altodi Roma è famosa per “bruciare” le candidature, come si è visto anche prima del “raddoppio” di Napolitano.

 

 

Le dimissioni dipendono solo dal presidente

Giorgio Napolitano diede la linea con chiarezza già nell’aprile 2013 nel suo durissimo discorso d’insediamento: la scelta delle sue dimissioni dipenderà solo da lui, dalle sue forze e dalla concretezza che sapranno dimostrare le forze politiche nel percorso riformatore.

“Resterò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”, chiarì alle Camere riunite dopo la clamorosa serie di fumate nere che bruciarono prima Marini e poi Prodi.

 

C’è un lavoro di preparazione

Impensabile quindi – salvo ragioni eccezionali che al momento non sono all’ordine del giorno – che il presidente possa dimettersi all’improvviso attraverso una stringata nota trasmessa dalle agenzie. Occorrerà – si fa notare – una preparazione progressiva dell’evento, che bilanci la necessità del Quirinale di non apparire dimissionario prima del tempo (e quindi depotenziato nelle sue delicatissime prerogative costituzionali) e la sentita preoccupazione che la complessa procedura per l’elezione di un nuovo presidente possa configurarsi d’ostacolo alla primaria necessità del Parlamento di legiferare.

 

Il processo Stato-mafia

Ma Napolitano ha detto a più di un amico che non ha più nessuna voglia di stare al Quirinale. Né deve aver giovato al suo umore l’essere stato ascoltato dai magistrati di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Il presidente ha risposto con grande precisione, com’è nel suo stile. Ma non deve essergli piaciuta molto questa audizione mai verificatasi nella storia della Repubblica.

Timori sulla soluzione

Ma Napolitano non è un personaggio politico che può abbandonare tutto, dicendo “arrangiatevi”. E quindi la preoccupazione del Colle è per un’adeguata e ragionata preparazione dell’uscita che eviti di riproporre l’incubo del 2013, quando un Parlamento annichilito polverizzava nomi illustri sull’altare del voto segreto e della sfida alla disciplina di partito.

Ma come non essere preoccupati quando ben 21 votazioni a Camere congiunte, non sono ancora riuscite a completare l’organico della Corte costituzionale?

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