La fila (lunga e inutile) per Equitalia: non ci resta che piangere?

Roma: un palazzo in centro accanto a mete turistiche di grande attrazione, tipo la Bocca della Verità. Non c’è verità più significativa sul casino della nostra Italia di quella che scaturisce dal viaggio ai confini della realtà negli uffici dove vai a ritirare “le cose di Equitalia”.

Ci vai in due, uno che aspetta in macchina (parcheggio introvabile) e l’altro che entra e si avventura nella via Crucis. La definizione non è mia, ma mi è stata suggerita da qualcuno che già ha fatto il penoso percorso.

Mi aspettavo confusione – liti e spintoni su chi è arrivato prima e chi dopo – e invece no, è un patimento organizzato a tappe.

Un’impiegata accanto ad una macchinetta, la faccia segnata dal troppo sole estivo e gli occhi azzurri sgranati, mi dà manualmente un biglietto numerato, concepito per essere estratto direttamente da chi se ne deve servire: invece no, me lo vuole dare lei di persona, per potermi dire: “Si metta in fila lì”.

Guardo e mi accorgo che l’ultimo arrivato è lontanissimo dallo sportello, cioè la fila è lunghissima.

Mi hanno dato il biglietto con su scritto 428 e sul display vedo che i numeri scorrono, quindi funziona. Sorge spontanea la domanda: ma se c’è il display con i numeri che avanzano, perché stiamo in fila? Temo che mi sia sfuggito qualcosa di essenziale e chiedo delucidazioni all’occhio azzurro, che mi ripete severa: “Quella è la fila!”.

Allora mi rivolgo a quelli che stanno in coda: “Perché stiamo in fila, se c’è il display?” .

Si guardano smarriti, dubbiosi; si consultano, chiedono informazioni in giro per i saloni. Finalmente si accorgono di fare una cosa inutile e… rompono le file.

Bastava dirglielo.

Qui sorge, oltre che spontaneo, anche inquietante l’interrogativo: ma basta che uno o una dica alla gente di mettersi in fila perché tutti lo facciano senza chiedersi niente? Ma allora l’Italia, ma allora il Mondo, se arriva qualcuno che dice di metterci in fila, lo facciamo?

Non ho tempo di pensare, i numeri avanzano inesorabili sul display. Arriva il mio, che mi indica che devo andare allo sportello numero otto (ce n’è uno solo!) e prima dello sportello c’è un cartello a forma di freccia, che non dice “sportello”, ma dice “fila”. (ormai la presa di coscienza collettiva fa sì che più nessuno lo rispetti).

La fila non l’ho fatta per ritirare la dolente pratica che mi è stata inviata, ma per pagare un euro e cinquanta e farmi dare altri due numeri per fare altre due file… ma mi fermo qui, anche se le tappe delle via Crucis a questo punto, sono solo a metà.

Aggiungo qualche nota sparsa: gli impiegati lavorano senza prendere fiato in uno stanzone senza finestre, tutto il giorno sotto le luci al neon; maneggiano con fatica faldoni di pratiche tenute insieme con gli elastici: ma non eravamo nell’era tecnologica?

La gente se la prende con loro per tutto ciò che non funziona, ma noto la disponibilità di un impiegato barbuto e allegro che chiama la gente con un vocione da baritono (ma non c’erano i display?) e di una signora non più ragazza con un bel vestito arancione e bianco stretto in vita, scollato, le unghie ognuna di un colore diverso. Sembra una Barbie e mi chiedo come abbia voglia di essere così bella per otto ore di seguito in un luogo tanto avvilente.

L’essere umano prevale sempre sul mostro a mille teste della burocrazia (anche questa non è definizione mia, ma sempre di quel signore che in quel luogo c’era già stato). Infine una donna mi rivolge la parola per chiedermi: “Se lo ricorda quel film ambientato nel passato, dove ci sono due che passano la frontiera e gli chiedono un fiorino… e poi tornano indietro e di nuovo gli chiedono un fiorino! E poi di nuovo tornano e glielo richiedono… non mi ricordo il titolo…”.

Non ci resta che piangere” le dico.

“Brava”, mi dice. “Ecco: qui è uguale, ma siamo nel 2015 e non nel 1400… “quasi millecinque” come dicono nel film!”.

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