Il mistero della bambinaia-fotografa che non sviluppò mai un negativo

Oggi è considerata una dei maggiori fotografi del Novecento al pari di August Sander a Walker Evans, giganti del genere “street photographer”. Gli scatti di Vivian Maier arrivano in Italia per la prima volta e saranno esposto da domani, 10 luglio, al 18 ottobre al Man di Nuoro. Ma non si tratta di una mostra qualsiasi perché, nel mondo della fotografia, la vita della donna americana rimane un mistero. Perché lei, bambinaia tra New York e Chicago a metà del secolo scorso, ha trascorso la sua esistenza reggendo in mano, ogni volta che poteva, la sua Rolleiflex 6×6. Ma non ha mai sviluppato nemmeno una fotografia.

150 mila negativi scoperti solo nel 2007

Di lei, oggi, si potrebbe non sapere nulla se non fosse una coincidenza: nel 2007 occorreva sgomberare il magazzino in cui erano state accumulati i suoi oggetti dopo la sua morte, avvenuta a 83 anni. Nessuno pagava più e dunque non potevano stare lì. Così qualsiasi bene materiale di Vivian è andato a un’asta e un giovane di Chigaco, John Maloof, si è portato a casa 150 mila negativi e pellicole in 8 e 16 millimetri. Scoprendo, quando avrebbe iniziato a stamparli, una delle artiste della fotografia più incredibili della sua epoca.

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Ritrattista dell’insolito quotidiano

Intanto Vivian Maier è stata una sorta di precorritrice del selfie. Ai tempi si chiamava autoscatto (un paio di esempi sono la foto in apertura e quella sopra) e non poche sono le fotografie che la ritraggono davanti a uno specchio, ma anche davanti alla vetrina di un negozio, alla ricerca di un’espressione più che del proprio aspetto fisico. Ma non c’è solo quello. “Fotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti”, scrive il Man di Nuoro presentando la nostra, “che fosse strano, insolito, degno di nota, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano ‘gli altri’, gli sconosciuti, le persone anonime delle città, con cui entrava in contatto per brevi momenti, sempre mantenendo una certa distanza che le permetteva di fare dei soggetti ritratti i protagonisti inconsapevoli di piccole-grandi storie senza importanza”.

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La tata con i bambini al seguito per fotografare

Era una specie di reporter fai da te, Vivian, che continuò a fare la tata per famiglie benestanti. Ma che talvolta si portava dietro i bambini che le venivano affidati per andare alla ricerca di ritratti degli ultimi, degli umili, dei degradati che fotografava spesso di nascosto. A loro “rubava” gesti, espressioni, condizioni fisiche che metteva poi a confronto con quelle dei ricchi facendo emergere una sorta di sarcasmo contro la borghesia opulenta che popolava i quartieri più altolocati delle città americane.

“Grande fotografa del Novecento”

“Di Vivian Maier”, afferma Lorenzo Giusti, direttore del Man, “si parla oggi come di una grande fotografa da accostare ai maestri del reportage di strada, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro, vuoi perché, in tutta una vita, non ebbe una sola occasione per mostrarlo, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli ‘hobbisti’. Ma i musei, si sa, arrivano sempre un po’ in ritardo”.

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