“Roma è de tutti”, da oggi in vendita il nuovo album di Luca Barbarossa (l’intervista)

Non è certo per mania di grandezza, né perché Roma, nel bene o nel male, è la Capitale d’Italia, se Luca Barbarossa nel suo nuovo album “Roma è de tutti”, in uscita venerdì 9 febbraio, ha scelto di usare il dialetto romano come lingua universale dei sentimenti, delle piccole grandi storie comuni a tutte le città.
“Romano, ho cominciato a suonare come musicista di strada nella seconda metà degli anni ’70”, si legge nelle sue note biografiche. Non “nato a Roma”, ma “romano”, un aggettivo che non identifica solo l’appartenenza a un determinato luogo geografico, ma sembra piuttosto specificare uno stato d’animo, un modo di vivere e pensare.

“Roma spogliata” fu l’inizio del viaggio nel 1981

Da Roma Luca Barbarossa era idealmente partito nel lontano 1981 con la canzone “Roma Spogliata” che, appena diciannovenne, lo fece arrivare primo fra i giovani e quarto in assoluto al Festival di Sanremo.

Di Festival ne vincerà altri due: terzo nel 1988 con “L’amore rubato”, primo nel 1992 con “Portami a ballare”. Quello stesso Festival (il nono a cui partecipa) dove in questi giorni sta proponendo “Passame er sale”, una ballad tratta proprio dal suo ultimo album, dopo un lungo percorso musicale che lo ha portato a scrivere un disco interamente in romano.
“Roma è de tutti” è un sorta di bilancio della propria vita, dove brani intimi e romantici, sono affiancati a pezzi più ironici -irresistibile “La dieta”-, ma anche a brani attenti al sociale, secondo una cifra stilistica che è propria del cantante. E il dialetto è uno strumento che permette di far vibrare corde ancora più private e profonde. E’ con grande passione e la consueta gentilezza e disponibilità che Luca Barbarossa ci parla del suo ultimo lavoro.

Com’è nata l’idea di questo disco?
L’idea è nata senza una vera idea… Avevo fatto una serie di concerti con Ambrogio Sparagna e l’Orchestra Popolare Italiana, con i quali rivisitiamo il repertorio romano tradizionale e forse mi era venuta voglia di riavvicinarmi alla mia lingua, al mio dialetto. Mi sono trovato per caso a scrivere in romano “Come stai”, la prima canzone di quest’album, un testo ironico su uno che ostenta benessere in modo un po’ spavaldo, e poi si capisce che invece sta male perché è stato mollato.

È stato difficile scrivere tutti i brani in dialetto?

No, ho scritto a raffica. Il dialetto apre una porta molto intima, dalla quale con una facilità e una verità insospettabili, vengono fuori tutte le tue sensazioni, viene fuori il suono della tua famiglia, delle tue strade, vengono fuori i racconti dei tuoi nonni, le foto in bianco e nero che hai incollato su qualche album.

Il tuo è un dialetto che non ha niente a che vedere con il romano un po’ volgare che ci ha abituati a conoscere il cinema o la televisione, è una lingua raffinata e confidenziale.

Il dialetto è raffinato, è l’italiano che semplifica. Il dialetto è la lingua più precisa che esista. Viene da secoli di storia, l’italiano invece è qualcosa che ti hanno poggiato addosso dicendoti: “Da domani dobbiamo parlare tutti italiano”. È una lingua che viene dall’alto, mentre il dialetto è una lingua che viene dal basso. E di conseguenza si è affinata nei minimi dettagli. Ci sono termini che riassumono una filosofia di vita. A Roma, ad esempio, quando parli della “picchiapò” non intendi solo il bollito ripassato con il pomodoro e la cipolla, ma un modo di svoltare la giornata: magnamose l’avanzi del giorno prima.
Che è rimasto in frigo? Un pezzo de bollito, s’è indurito, è da buttare? No, calma! Si taglia a fette e si fa rivivere con il pomodoro, la cipolla, magari mettendoci accanto due ciriole, e la famiglia l’hai salvata. Tanto che a Roma picchiapò, che vuol dire “picchia poco”, si usa quando si intende rifare casa con pochi soldi. Famme una picchiapò significa passace sopra, damme una rinfrescata.

“Il mio è un romano parlato…”

Il romano che parlo e scrivo io, non è quello più complesso e articolato che era di Gioacchino Belli, è un romano parlato, molto semplice, non volgare, perché non so per quale strano motivo, a un certo punto la romanità e la volgarità le abbiamo fatte coincidere.

Hai detto che questo disco “ritrae uno stato d’animo”, che cosa intendi esattamente?

Le città sono degli stati d’animo, non è solo Roma. Quando vai a Londra o a New York, sei affascinato dall’aspetto estetico, monumentale o funzionale della città, ma per ambientarti, cerchi di assorbirne il carattere, che è dato dalla sua storia, dai suoi abitanti, da un insieme di cose. Non ultimo il clima.

A Roma il clima è qualcosa che ti porta verso la vita. Come dico nel disco “qui l’Inverno è Primavera”, quando anche a Gennaio, rubi quell’oretta nella pausa pranzo e ti metti a mangiare fuori da un baretto perché c’è il sole. Io lo faccio spesso dopo la radio (dal 2010 conduce Radio 2 Social club) e mi godo il momento. È bello ogni tanto perdere tempo, che poi per chi fa il nostro mestiere non è mai tempo perso, è un momento di pausa in cui magari ti vengono delle idee, in cui rifletti, ti fai una risata. Lo stato d’animo è questo. Ultimamente sta venendo fuori un’immagine fuorviante di Roma, fatta solo di Bande della Magliana, Suburra e capocciate. Io non ho questa idea della mia città e dei romani. Per me il romano è uno che c’ha un sorriso sulla vita. Prendere il caffè in un bar di Roma, ad esempio, è un’esperienza diversa da prendere il caffè in un bar di Berlino. Poi se uno preferisce Berlino, posso capirlo, ma a me piace quando il barista mi fa una battuta: “A Barbarò, te stanno a passà l’anni, eh?” Della serie come ti permetti, ma se superi il come ti permetti è divertente. Per me Roma è la genialità di Ettore Petrolini, è la grandezza della Magnani, di Fabrizi, è Gigi Magni, che ha scritto e diretto alcuni dei film più importanti della storia del cinema mondiale.

Nell’album ci sono tutte canzoni originali, tranne “Via da Roma”, che ha un testo proprio di Luigi Magni. Quand’è nata questa collaborazione?

È una collaborazione nata 35 anni fa. Avevo scritto la musica di questo testo molto bello, “Via da Roma”, che era rimasto inedito, così ho deciso di metterlo nell’album. E’ una storia di amore e odio nei confronti della propria città. Parla di una persona che vuole andare via da Roma ma alla fine non ce la fa, perché Roma gli risponde con un’iscrizione antica che esiste realmente sulle sue mura: “Gira, va ndo te pare, tanto sopra ste mura ce sta scritto se proprio devi annà vattene pure, però nun te scordà che qui t’aspetto”. E quest’amore e odio nei confronti di Roma è una cosa comune a tutti i romani: “de chi ce nasce e de chi ce viene”.

“Passame er sale”, che ha vinto da poco il premio Lunezia, è un brano intenso e poetico che, attraverso una scena di vita familiare, parla di un lungo innamoramento. L’avevi pensata per il Festival?

No, il disco non era stato pensato per Sanremo, infatti doveva uscire a Novembre. ero già pronto con il tour in molti i teatri italiani, addirittura partendo da Bolzano, proprio perché volevo portare in giro questo concetto che Roma è di tutti, far capire che non è una cosa di nicchia o che riguarda solo i romani. Con il dovuto rispetto e senza montarmi la testa, ma solo come modello da seguire, a chi non ha ascoltato il disco, dico che non è un disco romano, è il mio disco, come un disco di Pino Daniele non era un disco napoletano, era un disco di Pino Daniele. Che poi Pino usava in modo sublime il suo dialetto per renderlo fruibile persino nel blues. Parlo di lui perché non mi vengono in mente altri esempi così alti e intensi di un utilizzo attuale del dialetto. Altrimenti alla parola dialetto nella nostra mente si accende subito l’insegna della tradizione. Naturalmente, se ho potuto scrivere questo disco, è perché esiste una tradizione o non ce l’avrei mai fatta. Però c’è un modo di usare il proprio dialetto stando nel 2018, questo è un po’ più difficile da far passare. Maurizio Mariani e Francesco Valente che hanno prodotto e arrangiato il disco, dove per prodotto si intende realizzato, perché la produzione è della mia etichetta Margutta’86, hanno dato un vestito sonoro che sottolinea in modo attuale e non retrò, quello che dico nelle canzoni, quello che esprimo musicalmente. Sono stati davvero straordinari.

Venerdì a Sanremo è la serata dei duetti, tu canterai insieme ad Anna Foglietta, l’hai coinvolta tu?

Sì, è stata una mia proposta, molto ben accolta da Claudio Baglioni, da Massimo Martelli, dal regista Duccio Forzano, da Massimo Giuliano, da tutta la commissione di Sanremo.

Anna (nella foto qui sopra) è molto forte, è una delle mie attrici preferite, anzi in questo momento è meglio che dica la mia attrice preferita, ed è brava sia nel registro drammatico –l’ho vista fare Alda Merini in teatro -, sia nel registo comico, ironico, romano.

È una bellissima ragazza, è una bellissima persona, ama cantare e canta molto bene e ha seguito questo disco fin dall’inizio, dalle prime serate tra amici, quando a cena facevo sentire qualcosa solo chitarra e voce. Ha amato da subito in modo particolare “Passame er sale” e quando le ho chiesto se se la sentiva di cantarla insieme a me, era emozionatissima, mi ha fatto una grande tenerezza. Mi ha risposto: “Dammi mezz’ora, ti richiamo e ti dico con onestà se sono in grado di farla bene”. Perché non è affatto semplice cantare una canzone così intima, una canzone d’autore, è molto più facile cantare una cosa pop. Quando mi ha richiamato, mi ha detto: “Non so se sono incosciente, ma questa cosa mi piace tantissimo, riesco a farla benissimo”. Dopo dieci minuti la stavamo provando a casa mia, poi l’abbiamo provata anche sul Palco dell’Ariston.

La tua ispirazione artistica sembra abbia seguito un percorso circolare che è partito da Roma e che, con questo disco, ritorna a Roma.

Sono partito da Roma, è vero, ma non dal romano, non mi era mai venuto in mente di cantare e scrivere in dialetto, mi sembrava un po’ un imbuto. Oggi, dopo esperienze musicali di vario genere, ho elaborato un pensiero diverso e lo faccio con grande tranquillità. Questo disco mi rappresenta molto bene e il romano è davvero una lingua con la quale posso parlare a tutti di tutto.

Il tour il 16 marzo parte da Bari

Il tour di “Roma è de tutti” partirà dal Teatro Palazzo di Bari, il prossimo 16 Marzo e si concluderà a Roma il 29 giugno presso la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. È possibile seguire tutte le date del tour, qui sopra e sulla pagina Facebook di Luca Barbarossa.

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