PTOF, RAV, PDM: la legge 107/2015 mette a dura prova gli insegnanti, eppure…

PTOF, RAV, PDM,  e tante  altre le  sigle circolano in questi mesi   tra le  infinite  discussioni nei collegi docenti delle  scuole italiane,  nei gruppi di lavoro, consigli di classe , interclasse, nelle  riunioni degli organi collegiali,  per cercare di capire cosa fare e perché,  soprattutto per  chi.
Si tratta di sigle  che corrispondono alla stesura triennale (che  alcuni già  ritenevano opportuno  pensare e realizzare così) ora obbligatoria  del Piano dell’Offerta Formativa di scuola,  dell’autovalutazione  (anche  questa  empirica  ma  di prassi in tante  scuole) e un piano di miglioramento, della serie la  scuola fa  questo  e  quello, a volte  sbaglia ma può sempre migliorare. Non è semplicistico ciò che si chiede alle scuole ma un processo di  democratica  condivisione  di documenti  che non restino carta scritta o link in piattaforme  digitali,  ma reale  specchio della realtà visibile e controllabile da tutti i cittadini e  non solo dagli addetti ai lavori.

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Il processo di riforma della scuola

È naturale, va da sé,  che per  uno scopo così elevato dell’esercizio trasparente della  valutazione , della rendicontazione pubblica, occorrano competenze  specifiche, capacità, abilità  che un docente di disciplina o  anche tuttologo  come  nella primaria, non sempre possiede. Ecco  che  il  parlamento approva un decreto, tra i tanti, ma  questa  volta più  coerente con il processo di riforma  della  scuola, su un’adeguata “formazione” del personale, che superi la controversa dicitura di “diritto/dovere”  come da contratto nazionale.
La legge numero 107/2015 sulla “Buona scuola”, infatti, ha reso obbligatorio anche per gli insegnanti provvedere ad un’adeguata formazione in adempimento delle proprie funzioni di docenza.

Sul web impera il negazionismo

Sul web , sui social  network  già si sono scatenati fiumi di dibattiti, critiche ,  dubbi, perplessità, ma come  spesso accade nella  scuola soprattutto il negazionismo, l’ostruzionismo  per  principio, impera. La  scuola  non tollera il  concetto di obbligatorietà, valido solo per la frequenza degli studenti previsto dalla normativa vigente , orario di servizio, impegni  funzionali alla docenza,  ore e ore di incontri collegiali spesso inconcludenti e vorrebbe essere  consultata  davvero per poter dire la sua sulla  formazione.
Molti sono i docenti, i collaboratori scolastici, tecnici, dirigenti che in questi anni di  oblio  e  confusione,  si sono formati” a prescindere”, per proprio conto, a proprie  spese, senza  veder mai riconosciuto il proprio curriculum  vitae  se non per partecipare a  qualche  Pon, finanziato con fondi  europei sempre più scarni, al ruolo di  funzione  strumentale, ormai in disuso perché sempre  meno remunerativa, e  sempre più impegnativa, e stop.

I “promossi sul campo”

Un  docente nella  scuola può   partecipare ad un percorso di “carriera”, per modo di dire, interna solo  se ne ha titoli, ad un passaggio di ruolo, ad un concorso per  dirigente, o se un dirigente si fida talmente tanto di lui o lei, al punto da nominarlo, promosso su campo, diventa  suo primo o secondo collaboratore.
Molti docenti si stanno domando se e  a che  cosa può servire allora una formazione obbligatoria.
E se  servisse  semplicemente ad essere una risorsa  che  appartiene a  quel famoso “capitale umano” di cui tutte le società hanno  bisogno? E se  fosse utile  ai suoi allievi  perché più adeguato, competente, colto, da far appassionare  alcuni di loro al suo mestiere, Oh  pardon, alla sua  professione? Oppure alle  professioni più  straordinarie, innovative?

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In tutti i lavori chi più studia è più ricercato

Eppure in tutti i mestieri, in tutte le professioni  chi più studia, si aggiorna, si forma , più è richiesto, diremmo “gettonato”! O no? Dal chirurgo, all’artigiano, dalla  baby – sitter all’idraulico( se lo trovi?). Senza una formazione permanente , continua  e sempre più specializzante,  è difficile  competere.
Forse è di competizione  che  dovremmo  riparlare , ma di una competizione sana, non fine a se stessa,  funzionale ad un sistema di qualità e non di quantità. Non si tratta di avere un personale scolastico  che  fa  a gara per una  carriera  interna , ma di una  scuola  che funzioni bene, che  sia  un presidio territoriale, che sia  eccellente  per sé e per i fruitori di un servizio pubblico, quindi per tutti. Che  ritrovi quell’energia ,  quel piacere dell’ascolto, della partecipazione attiva di tutti i suoi componenti ad un’idea  di scuola formata e  formativa.

Non sono la vetrina del Mago di Oz

Il suo PTOF, il suo RAV, il suo PDM, saranno l’abito elegante del suo corpo docente  formato e  competente, e non la vetrina  o l’abito del Mago di Oz, dietro un paravento del nulla. E se per “essere “oltre l’apparire  occorrerà  formarsi, rimettersi in gioco anche a sessanta  anni, a fine carriera, poiché la pensione sarà sempre più lontana, dovrà diventare uno stile di vita, ben vengano i decreti e  gli obblighi di legge, ma con la collegialità e il rispetto della storia di ognuno per  arricchire il patrimonio collettivo della  scuola italiana, prima in Europa per il settore infanzia , tra  gli ultimi  per  quello degli adolescenti. Una ragione ci sarà?

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