Berlinale: Malick non ha niente da raccontare

Non c’è nessuna storia da raccontare nell’ultimo film di Terrence Malick, presentato ieri alla Berlinale.

Nessun montaggio che voglia unire pezzi di un racconto coerente. Sulla scia dei precedenti “The Tree of Life” e “To the Wonder ?”, infatti, i personaggi si muovono in una dimensione tanto irreale quanto materiale. E quindi respingente. Almeno così sembra mentre si guarda il peregrinare del protagonista di “Knight of Cups”, un attore hollywoodiano (interpretato da Christian Bale) in quella città “non-luogo” che è Los Angeles.

 

Nessun varco per l’indignazione

Come nella più profonda delle disillusioni, nel protagonista di “The Knight of Cups”, c’è una sospensione totale del giudizio, nessun varco dove si possano insinuare rabbia o indignazione, gioia o entusiasmo. Non c’è coerenza dove regna il vacuo. E così fa la cinepresa, che inquadra gli spazi sconfinati di una Los Angeles la cui urbanistica sembra fatta apposta per sentirsi soli al mondo, per poi improvvisamente accendere il più bramato dei sogni: “Le palme, la palme hanno il potere di far crederti che i tuoi sogni forse si realizzeranno”, dice qualcuno ad un certo punto nel film.

 

Il regista si affida agli oracoli

Malick sfiora le cose senza volerle far proprie, si affida addirittura agli oracoli, dividendo il film in tanti piccoli segmenti che portano il nome di alcune carte dei tarocchi: la Luna, la Torre, l’Appeso, la Morte, e il Cavaliere di coppe, il Knight of Cups del titolo. Questa voragine esistenziale dove l’uomo non si rende conto del perché tutto è cominciato, Malick ce la mostra con immagini mozzafiato, piene di orizzonti squarciati da aeroplani, di onde il cui sciabordio si traduce negli occhi dei protagonisti come una liberazione, di interni di ville mozzafiato dove il celeste delle piscine riflette una felicità solo apparente.

 

Cate Blanchett come nella pubblicità di Armani

Ma anche scale, strade secondarie di periferia, il traffico di una sopraelevata: gli attori compaiono ovunque, anche nella frazione di pochi secondi. In una sorta d’ubiquità dal sapore ultraterreno.

E poco conta se Cate Blanchett sulla spiaggia, insieme a Bale (entrambi nella foto in apertura), fa grossomodo le stesse smorfie di stupore che le vediamo fare nella pubblicità del profumo di Armani in televisione. Se Natalie Portman (l’amore?) non riuscirà a convincere il nostro attore disilluso che un barlume di felicità è possibile. E soprattutto se gli spettatori assistono attoniti – chi di sdegno, chi di meraviglia –  senza capirci un granché.

 

 

 

 

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