Venezia75: intervista a Gipi sul suo film “Il ragazzo più felice del mondo”

È il 1997, quando Gian Alfonso Pacinotti, meglio conosciuto come Gipi, fumettista, illustratore, autore, il primo ad avere una candidatura al Premio Strega con una Graphic Novel (“Unastoria”- 2014), riceve una lettera piena di lodi per il suo lavoro. L’ha scritta a mano Francesco, 15 anni, che allega anche un cartoncino bianco con un francobollo e chiede all’artista uno piccolo schizzo in regalo. “Sarei il ragazzo più felice del mondo”, afferma.

Passano vent’anni e casualmente, da un commento letto su Facebook, Gipi scopre che la stessa identica lettera, l’ha ricevuta un altro fumettista, e nel giro di poche ore si rende conto che l’hanno ricevuta quasi tutti i suoi colleghi. Stessa grafia, stesso testo, stessa richiesta di uno “schizzetto” in regalo, stesso cartoncino con francobollo allegato.

Il ragazzo più felice del mondo

Nasce da qui “Il ragazzo più felice del mondo”, il secondo lungometraggio che Gipi ha realizzato sulle tracce di un ammiratore seriale che da più di vent’anni manda lettere a tutti gli autori di fumetti italiani, spacciandosi per una ragazzino.

Prodotto da Fandango, interpretato insieme a Gero Arnone, Davide Barbafiera e Francesco Daniele, Gipi in realtà voleva realizzare un documentario, ma si è trasformato in corso d’opera in un film fuori dagli schemi, dove l’autore ha radunato gli amici che nella vita fanno altro, chiamato a raccolta fumettisti, la moglie Chiara e il suo produttore e amico Domenico Procacci nei panni di se stesso.

Non mancano incursioni di attori professionisti, come Jasmine Trinca e Kasia Smutniak. Girare il suo primo film “L’Ultimo terrestre”, “fu come prendere la patente”, ricorda lui. “Questo, in compenso, è come fare la Parigi Dakar con una 500. Veramente un film pazzo”.

Al 75° Festival del Cinema di Venezia, dove è stato presentato in anteprima, Gipi ci ha aiutati a comprendere meglio il suo film, rispondendo a qualche domanda.

La vicenda nasce come un piccolo giallo per scoprire l’artefice di questa sorta di inganno. Qual è stata la reazione dei tuoi colleghi quando hanno scoperto che la lettera non era una loro esclusiva ?

La reazione è stata buffa. Man mano che parlavo con vari amici che fanno fumetti e mi sono reso conto di quante lettere erano arrivate –ne ho scoperte 57 in una sola notte!-, e ancora continuavano ad arrivare quando ho iniziato a girare e ancora arrivano, si è verificato uno strano fenomeno.

Chi non l’aveva ricevuta ha iniziato a rosicare, domandandosi come mai. ‘Perché io no? Allora non sono nessuno!’ si chiedevano. In effetti erano state spedite lettere a 360 gradi.

L’autore deve essere davvero un amante del mondo dell’illustrazione, del fumetto e della grafica!

Sì, però non ha un gusto suo, perché ha mandato lettere a tappeto, senza che ci fosse un punto di contatto tra i disegnatori. Non ama uno stile più di un altro.

Non ti sei mai infastidito scoprendo di essere uno dei tanti?

No, perché quando la lettera arrivò, ne ebbi gran piacere, soprattutto perché ancora non mi considerava nessuno. Mi fece del bene. E penso che abbia fatto del bene anche ad altri.

La cosa strana è che questa persona abbia sentito il bisogno di farlo in una veste, non anonima, perché conosciamo il suo nome, cognome e indirizzo, però dicendo a tutti di avere 15 anni. Questo è il motivo che mi ha fatto venire voglia di saperne di più e di lavorarci sopra.

Hai dichiarato che il film ti ha dato lo spunto per una riflessione su quanto sia lecito coinvolgere le vicende degli altri nel proprio lavoro. Come si passa da un docu-film su un amante dei fumetti a una considerazione quasi filosofica sui limiti che si deve imporre un autore?

Per un evento che è successo durante la lavorazione del film. Ho portato alcune delle lettere a fare una perizia calligrafica e quando è arrivata la risposta del grafologo, che diceva su basi scientifiche che questa persona poteva avere dei problemi anche seri e che se noi fossimo andati da lui e l’avessimo mostrato al pubblico, gli avremmo fatto del male, allora io non mi sono più sentito a mio agio.

Tutta la troupe stava esultando all’idea di avere a che fare con un vero psicopatico – roba buona per lo show – ma io invece ci ho pensato un po’ di giorni e ho deciso di cambiare tutto. La mia prima idea era stata proprio quella di andare a trovarlo a casa sua con tutti i fumettisti. Invece ho scelto di proteggerlo.

E la riflessione si è estesa più in generale al tuo lavoro?

Sì, anche considerando il fatto che io nei miei libri ho parlato di mio padre, di mia madre, delle mie sorelle, dei miei amici. Non mi sono mai domandato se era una cosa che a loro faceva piacere.

I tuoi libri sono incredibili opere poetiche per lo più autobiografiche, piuttosto drammatiche.

Mi sembra, invece, che i tuoi film rivelino la tua parte più serena e scherzosa. E’ una scelta legata ai differenti media?

Probabilmente riuscirei a fare anche un film drammatico, ma non credo di volerlo fare. Negli ultimi anni ho scoperto che quando vedo qualcuno che ride per una cosa che ho realizzato, sono felice. E quindi l’idea che andando a vedere il film, le persone possano ridere, naturalmente con un’alternanza di comicità e spunti più complessi, mi fa stare proprio bene.

Saranno in tanti a ridere al film di Gipi, probabilmente in uscita nelle sale ad ottobre, in concomitanza con “Lucca Comics”. Che diventi proprio lui, “il ragazzo più felice del mondo?”.

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