Federica Rosellini premiata a Venezia: “Dicevano che andavo bene per von Trier…”

La Mostra del Cinema di Venezia si sta avviando alla fase finale (sabato 9 verranno proclamati i vincitori), ma un premio importante è già stato assegnato: il “Nuovoimaie Talent Award”. A vincerlo è stata Federica Rosellini (nella foto in apertura e in basso), attrice rivelazione del film di Valentina Pedicini, “Dove cadono le ombre”, prodotto da Fandango e Rai Cinema, in concorso alle Giornate degli Autori e dal 6 Settembre nelle sale.
Una prova complessa per questa giovane attrice di origine trevisana, dalla solida formazione teatrale, Diplomata al Piccolo di Milano e al Conservatorio di Rovigo, in teoria e solfeggio musicale.

Un genocidio di 2000 bambini jenisch
La storia del film è cupa e dolorosa e si ispira a fatti realmente accaduti. Racconta il genocidio che dal 1926 al 1986, interessò quasi 2.000 bambini di etnia jenisch, la terza comunità nomade europea dopo Rom e Sinti. Sottratti alle famiglie da una associazione filantropica svizzera, la Pro Juventute,  i bambini furono usati per esperimenti di eugenetica, sottoposti ad abusi e a trattamenti di estrema violenza per cancellare la loro identità nomade e trasformarli in rispettabili cittadini svizzeri. Rinchiusi in ospedali psichiatrici, orfanatrofi, prigioni, molti di questi bambini scomparvero nel nulla, morirono o rimasero menomati. La cosa più sorprendente è che non si sappia quasi niente di questo genocidio compiuto fino a tempi così recenti, ed emerso solo grazie alla testimonianza di Mariella Mehr, una delle sopravvissute, della quale presto Fandango Libri pubblicherà  “La trilogia della Violenza”.

Un’infermiera e un assistente in un istituto per anziani

Federica Rosellini interpreta Anna, uno dei due personaggi principali del film, insieme ad Hans (Josafat Vagni), rispettivamente infermiera e assistente in un istituto per anziani, lo stesso istituto che un tempo era stato l’orfanatrofio dove avevano vissuto ed erano stati sottoposti ai traumatici esperimenti.

 

Una dottoressa che fa “esperimenti”
Quando arriva Gertrud (l’attrice Elena Cotta), una vecchia signora apparentemente mite e gentile, in realtà la dottoressa a capo degli esperimenti, il passato si ripropone con tutta la sua drammatica forza e l’orrore delle violenze subite, riavvolge i due protagonisti. Anna era la preferita di Gertrud, Hans una vittima dei suoi esperimenti. Da un passato di tale orrore non si può mai davvero riemergere, lo abbiamo tristemente imparato con la vicenda di Primo Levi. Attraverso una serie di flashback, l’istituto per anziani torna ad essere l’orfanatrofio per i piccoli jenisch senza identità e Anna si ritrova ancora una volta vittima di un sentimento di amore e odio nei riguardi di Gertrud, sua aguzzina, ma anche sua unica “famiglia”.

Lasciamo che sia proprio Federica Rosellini a parlarci di questa fortunata e  intensa prova attoriale.

Tu hai un notevole bagaglio teatrale, ma il grande pubblico ancora non ti conosce bene, come ti presenteresti in poche battute?

Vengo da una famiglia di musicisti, mio nonno era direttore d’orchestra e compositore e mia nonna era violinista, quindi ho una forte formazione musicale che ho ricevuto in eredità. Io ho studiato violino e canto per tutta l’adolescenza, poi però mi sono dedicata al teatro e ho debuttato con Ronconi. Ho fatto molto teatro danza e attualmente sono più una performer, che un’attrice classica. Adesso sono anche al cinema e ho fatto un po’ di televisione. In autunno sarò una delle protagoniste di uno degli episodi di “Non uccidere 2” la fiction di Claudio Corbucci in onda su Rai Tre.

Come ti sei preparata ad affrontare questo ruolo così intenso e coinvolgente emotivamente?

Appena Valentina Pedicini (nella foto in basso) mi ha parlato della vicenda, la prima cosa che ho fatto è stata leggere tutta l’opera di Mariella Mehr, i romanzi e la produzione poetica. Inoltre ho avuto la fortuna di poter guardare le interviste e i numerosi materiali video che aveva Valentina, dato che segue la situazione di Mariella Mehr da molto tempo. Mi sono preparata in modo approfondito. Rispetto anche a quello che ti dicevo prima sul mio lavoro teatrale, io sono un’attrice che parte dal corpo, è la prima cosa di cui mi preoccupo. Soprattutto nella prima parte del film, il mio è un personaggio piuttosto silenzioso, quindi la mia attenzione maggiore è andata al corpo e ho lavorato moltissimo sui gesti. Per un mese sono stata con un’amica che fa l’infermiera all’interno di una casa di riposo per anziani e ho imparato a manipolare i corpi e tutte le varie pratiche infermieristiche, sarei in grado di fare anche un tampone!

Una preparazione un po’ all’americana…

Sì, una preparazione un po’ all’americana. Tra l’altro ho fatto anche un paio di incontri con la coach di Stefano Accorsi che l’aveva preparato in “Veloce come il vento”, che mi hanno molto aiutato. Poi c’è stato il lavoro con Valentina e con Francesca Manieri sul testo.

Il tuo personaggio, all’interno del film ha un’evoluzione. La conosciamo come una donna fredda ed efficiente, per poi tornare ad essere una vittima con l’arrivo di Gertrud, ma allo stesso tempo anche una carnefice, ora che i ruoli di forza si sono ribaltati e che lei prende coscienza di se stessa.

Una delle cose belle del personaggio è proprio la sua evoluzione.

All’inizio sembra un personaggio congelato, duro, incastrato, poi con l’arrivo di Gertrud avviene un cambiamento. Con Valentina Pedicini abbiamo lavorato a lungo perché volevamo trovare degli elementi che suggerissero questa trasformazione. Quindi il lavoro sulla gestualità è stato soprattutto legato a questo aspetto. E’ come se all’inzio Anna avesse una specie di armatura che la difende dal mondo e mano a mano questa armatura si sfalda e si spezza. Io volevo che l’effetto fosse quello di quando improvvisamente si indossa un vestito diverso dal solito, dimostrando che alla fine di un percorso, è avvenuto qualcosa che ha reso il personaggio diverso. Non è proprio cambiato il mondo, è cambiato qualcosa dentro di lui, la capacità di accettare la propria tenerezza, la propria fragilità e soprattutto accettare il proprio senso di colpa e in qualche modo perdonarsi. Questo è molto un film sul concorso di colpa, anche se non so se è il termine più giusto. Però Anna ha questo profondo senso di colpa per essere stata educata da Gertrud, e aver avuto il ruolo di una sua piccola assistente. Lei non è solo una vittima, è “anche” una vittima.

Una domanda di rito. Tu hai una formazione teatrale, che effetto ti ha fatto arrivare al Festival di Venezia come attrice di cinema e vincere subito un premio così prestigioso?

È stata un’emozione enorme e anche un pochino un riscatto. Ero molto orgogliosa di essere arrivata al Festival di Venezia e lo sarei stata anche se non avessi vinto nessun premio, perché è un film nel quale credo tanto, che merita davvero di essere visto da più persone possibile e che sono  orgogliosa di aver rappresentato.
Sono particolarmente fiera e riconoscente per questo premio, perché spesso al cinema c’è un pregiudizio nei confronti degli attori di formazione teatrale. Io inoltre sono un’attrice strana, ho dei tratti molto nord europei per il cinema italiano, tanto che quando vado ai provini, più di una volta mi sono sentita dire che sono bravissima, ma che sono bergmaniana e sarei adatta ad un film con Lars von Trier. Quindi devo ammettere che sono davvero grata a Valentina, perché lei mi ha vista a teatro, mi ha voluta e ha difeso questa scelta fino in fondo. Credo che questo premio sia un riconoscimento per me, per il film e per lei.

Nella foto qui sopra: la premiazione di Federica a Venezia con tanto di targa. E qui potete vedere iltrailer ufficiale del film.

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