Yara: “Bossetti deve restare in carcere”, nuova pronuncia della Cassazione

Non potrà lasciare il carcere. E la Cassazione lo ribadisce. Massimo Bossetti, il muratore arrestato un anno fa per l’omicidio di Yara Gambirasio deve restare in prigione. Lo ha deciso la Cassazione respingendo un nuovo ricorso della difesa contro la decisione del tribunale del Riesame di Brescia che aveva confermato per la seconda volta l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Bergamo.
Proprio a Bergamo è già cominciato il processo a carico del muratore per l’omicidio della tredicenne. La prossima udienza è prevista il 17 luglio.

 

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La prima udienza il 3 luglio

Si è conclusa intorno alle 11.30, dopo il disbrigo delle prime fasi tecniche e le richieste della difesa, che contesta le modalità con cui è stato prelevato il dna all’unico imputato, l’udienza che apre il processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra uccisa il 26 novembre 2010 e ritrovata il 26 febbraio successivo in un campo abbandonato nei pressi dell’area industriale di Chignolo d’Isola. Meno di 10 chilometri, qualche minuto d’auto, tra il luogo della sparizione, la palestra vicino a casa, e quell’appezzamento di terra in via Bedeschi, dove la ragazzina è morta di freddo dopo essere stata accoltellata e colpita alla testa per 3 volte.

Sul banco degli imputati della Corte d’assise – composta da 2 giudici togati (presidente Antonella Bertoja) e 6 giudici popolari – c’è solo lui, Massimo Bossetti, il muratore di Mapello che continua a dichiararsi innocente e che in carcere c’è dal 16 giugno 2014. Questa mattina si è presentato in aula e la sua intenzione è quella di seguire tutte le fasi del processo. Assenti sua moglie e la madre, Marita Comi ed Ester Arzuffi, citate come testimoni così come i genitori della ragazzina, che già avevano annunciato che non ci sarebbero stati.

 

Gli elementi dell’accusa

L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, si basa in sostanza su 4 elementi: il dna, l’Iveco Daily di Bossetti, il cellulare dell’uomo che ha agganciato le celle nei dintorni della palestra da cui è sparita la ragazzina e una fibra del sedile del mezzo dell’imputato trovato sui leggins di Yara. Per quanto riguarda l’aspetto scientifico, per giungere all’assassino erano stati raccolti 18 mila campioni biologici arrivando a trovare una corrispondenza di “21 cromosomi su 21” nel caso di Bossetti passando attraverso il dna del padre biologico, Giuseppe Guerinoni, con relativo colpo di scena familiare dato che all’anagrafe il muratore risultava figlio di un altro uomo. Poi il furgone dell’uomo è stato registrato 7 volte nell’arco di tempo in cui si ritiene si sia compiuto il destino della tredicenne, tra le 18 e le 18.47.

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Le tesi della difesa

Tutto spiegabile, secondo il legale che difende Massimo Bossetti (nella foto qui sopra), l’avvocato Claudio Salvagni. Per smontare gli indizi a carico del suo assistito, Salvagni sottolinea che il muratore abitava poco lontano, da Brembate ci doveva passare per lavoro, per andare dal commercialista e per le sedute abbronzanti in un centro estetico della zona. Normale quindi che la targa dell’Iveco Daily e il cellulare rientrino tra quelli rilevati nella zona del rapimento. Per quanto riguarda la prova genetica, poi, a lungo ha battagliato con la procura e i periti su dna mitocondriale (assente dai campioni prelevati dal cadavere della vittima) e dna nucleare, che invece è compatibile al 98% con quello di Bossetti. Peraltro la difesa di Bossetti chiede l’annullamento di tutto il capitolo che riguarda il prelievo di un campione biologico per la comparazione genetica. Prelievo che è avvenuto il 15 giugno 2014, 24 ore prima dell’arresto, senza che all’uomo, già indagato, fossero date le garanzie difensive previste dalla legge. Invece sulla questione della fibra sintetica sui pantaloncini elasticizzati di Yara che proverrebbe dal furgone di Bossetti, la difesa sostiene che si può essere depositata in un qualunque momento dei 3 mesi in cui il corpo della ragazzina è rimasto all’aperto accanto a una strada da alto scorrimento.

Il superpool di consulenti di Bossetti

Sono 12 e per Bossetti “mettono a disposizione la loro professionalità gratuitamente”, dice l’avvocato Salvagni. Lo fanno non per questioni mediatiche, ma “perché ci credono e perché questo è un giallo incredibile”. Hanno già lavorato a casi di elevata risonanza mediatica, come i delitti di Perugia, di Garlasco e di Avetrana. Ma ci sono anche la sciagura della Costa Concordia all’Isola del Giglio e la recentissima morte a Milano del diciannovenne padovano Domenico Maurantonio, volato dalla finestra di un hotel di Milano mentre era in gita scolastica. E i superconsulenti arrivano un po’ da tutte le discipline forensi. Sono lo psichiatra Alessandro Meluzzi, la psicologa Anna Maria Casale, il medico legale Dalila Ranelletta, i genetisti Marzio Capra e Sarah Gino, il consulente investigativo Ezio Denti, gli informatici Paolo del Checco e Giuseppe Dezzani, gli esperti di fibre Fausto Albonico e Vittorio Cianci, lo statistico Gian Carlo Blangiardo e il tossicologo Franco Lodi.

Le riprese delle udienze

Da giorni si lavora nell’aula del tribunale di via Borfuro, dove si svolge il dibattimento, per aumentare i posti a sedere, portati da 49 a 70. Intanto non c’è ancora la parola definitiva sulla presenza di giornalisti (ne arriveranno anche dall’estero), flash e telecamere in aula. Per mettere in funzione apparecchi di ripresa, infatti, occorre che si esprimano tutte le parti, che in 2 casi hanno già annunciato di non volere macchine da presa in funzione mentre una è d’accordo. Tra chi preferisce che il dibattimento si svolga senza pressione mediatica anche la famiglia della tredicenne, che in questi anni ha fatto pochissime eccezioni al ruolo defilato scelto dopo il rapimento e l’omicidio della ragazzina di Brembate Sopra. Di parere opposto, invece, il legale di Bossetti, l’avvocato Claudio Salvagni, secondo cui “il dibattimento deve essere il più pubblico possibile”.

La valanga di testimoni

Sono quelli chiesti dalle parti: 711 dalla difesa e 120 dall’accusa. Iniziano ad emergere anche diversi dei loro nomi. A decidere chi dovrà essere sentito in aula deve essere il presidente Bertoja e finora non si sa molto di chi siano quelli più rilevanti. Con l’eccezione di una teste che vuole la pm Letizia Ruggeri: Alma Azzolin, la donna di Trescore Balneario che aveva visto una station wagon grigio chiara nei pressi del cimitero di Brembate. Al volante c’era un uomo, ritenuto Bossetti, e accanto a lui era salita una ragazza che non si esclude – secondo la testimone – che fosse proprio Yara. E poi c’è Mohamed Fikri, arrestato nei giorni successivi alla scomparsa dei Yara ma uscito dalle indagini dopo anni. La difesa invece chiamerà Enrico Tironi, un giovane secondo cui Yara era con due uomini ma che poi ritrattò rischiando di essere incriminato. Ci sono anche Marina Abeni e l’ex guardia giurata Mario Torraco su movimenti del pomeriggio della scomparsa rimasti tuttavia senza riscontri.

Il tentativo di far riaprire altri casi

Secondo la difesa di Massimo Bossetti, per trovare l’assassino di Yara occorre tornare a indagare sulla morte di altri due giovani. La prima è l’indiana Sarbjit Kaur, 21 anni, scomparsa da Martinengo (Bergamo) la vigilia di Natale 2010 e trovata annegata qualche giorno dopo sul greto del fiume Serio, a Cologno (Milano). Il secondo è invece un dominicano di 26 anni, Eddy Castillo, ucciso a Chignolo d’Isola (sempre nel bergamasco) nel gennaio del 2011. Che c’entrano queste due morti, la prima archiviata come suicidio e la seconda attribuita a questioni di droga, con Yara Gambirasio? Era stata la trasmissione Chi l’ha visto a collegarle per cronologia e area geografica. C’è poi la tipologia delle ferite sui corpi, con tagli e lacerazioni ritenuti dai sostenitori di questa ipotesi compatibili tra di loro. Nei giorni scorsi, inoltre, la difesa era tornata sul movente del bullismo e su un presunto “branco” di giovanissimi che avrebbe forse ucciso Yara e anche gli altri due giovani.

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