Grecia: le vacanze come un tempo, senza cellulari né bancomat

Bisognerebbe dire a tutti di andare in Grecia quest’estate. Fare una bella campagna pubblicitaria: “Vuoi lavorare per sanare il debito della Grecia? Vai in vacanza”. Potrebbe essere lo slogan per una specie di crowdfunding, in cui il premio è il mare azzurro della Grecia. Non dovrebbero essere le agenzie di viaggio a fare la campagna; loro vogliono venderti pacchetti con questo e quest’altro e ci devono guadagnare, ma gli Stati europei stessi dovrebbero farla.

O Tsipras in persona. Oppure Varoufakis, che adesso è disoccupato ed è anche un bell’ometto. Se è andato in parlamento in maglietta, può anche farsi vedere in costume da bagno in spiaggia e dire: venite qui, che è fantastico e costa poco.

Qualcuno dice che i turisti già adesso non ci sono più, qualcuno smentisce e dice che ci stanno raccontando una Grecia non vera; i tour operator mettono le mani avanti e dicono che potrebbero esserci problemi con i bancomat, con le connessioni internet, insomma problemi organizzativi. Ecco, questo è proprio il bello di una vacanza, su questo si dovrebbe puntare: avrete finalmente l’occasione vivere in modo disorganizzato, imprevedibile, alla giornata. Come mai vi è successo.

Una volta la Grecia era questo ed era sinonimo di libertà. Il mio ‘una volta’ si svolge sulla fine anni Settanta, inizi Ottanta. La vacanza in Grecia era un mito. Si partiva con lo zaino, quattro vestiti, niente cellulare (che non c’era) però, se andavi a Parigi o a Berlino, poi dovevi fare code infinite con le tasche piene di gettoni per telefonare a casa; invece con la Grecia potevi dire a mamma: “Guarda che dalla Grecia, specialmente dalle isole, non si prende la linea, se non mi senti non preoccuparti”. Che pace.

Quindici giorni, un mese e una sola telefonata a casa a cui dovevi dedicare la giornata, tra coda e tentativi falliti, solo per dire in fretta “tutto bene ciao”. Ma poi, finita. I bancomat non c’erano e così partivi con una bella tasca allacciata alla pancia; i soldi che ti davano quelli erano e quelli ti dovevano bastare, niente postepay da ricaricare.

Se credendoti astuto te li nascondevi nelle mutande e poi andavi in bagno sulla nave e ti dimenticavi di essere stato così furbo, i soldi andavano giù nel buco e ciao. Oppure te li rubavano mentre dormivi e se avevi bevuto troppa tequila bum bum non te ne accorgevi nemmeno. Alla fine te la cavavi, non ho mai sentito di nessuno disperso in Grecia perché gli avevano rubato i soldi e non ha saputo come tornare.

A volte dormivi in spiaggia con il sacco a pelo e ti lavavi nel mare. Se ti andava bene affittavi una casa dai pescatori dove dormivi con altre quattro o cinque sconosciute o sconosciuti, ma tanto stavi fuori giorno e notte. Nessuna prenotazione, andavi lì e chiedevi, leggevi i cartelli appesi fuori nelle case.

Noi eravamo in tre, tre ragazze sole sull’isola dell’amore: Ios. Gli italiani e le italiane tra loro si schifavano abbastanza, bisognava conquistare lo straniero. Acchiappava di più chi sapeva le lingue. Una di noi parlava correntemente inglese e tedesco; io e l’altra l’inglese del liceo: non c’era battaglia.

Gli anglosassoni andavano circuiti prima del tramonto, perché più tardi li trovavi buttati in terra ubriachi marci e non li avrebbe smossi nemmeno Belen con un Google traduttore incorporato. Flash da una vacanza all’antica.

Bisognerebbe ricominciare da qui: specialmente per i giovani sarebbe addirittura una vacanza educativa. Loro che son cresciuti avendo sempre tutto organizzato, previsto, connesso: andare e correre il rischio di rimanere finalmente isolati, i soldi per un panino e il mare davanti.

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