LA PSICOLOGA – Mio figlio ha 16 anni e vuole un tatuaggio, come mi comporto?

Gentilissima dottoressa, mio figlio di 16 anni mi ha chiesto di farsi un tatuaggio. Dice che nel gruppo dei suoi amici lui è l’unico a non averne e alcuni sono già al terzo o al quarto tatuaggio.

Mio marito e io siamo poco propensi, non ci piace che il suo corpo sia “marchiato” per sempre anche se un giorno non dovesse piacergli più, oltre al fatto che sappiamo che potrebbe poi pentirsene se in futuro volesse fare il pilota militare come dice.
Mirella, Vercelli

Gentilissima Mirella,
tatuaggi e piercing sono uno dei sistemi di cui dispone l’adolescente per lasciare una traccia sul suo corpo e per distinguersi dagli adulti e, in una fase di ricerca di un’identità, cerca una caratteristica che lo contraddistingua rendendolo visibile e attraente.

Per molti giovani il tatuaggio può trasformarsi in una sorta di rito, il dolore provocato in zone particolarmente delicate e sensibili diventa simbolo di forza e coraggio, un modo per sentirsi accettati dal proprio gruppo e sentirsi quindi meno soli. Per questo il ruolo dell’imitazione è così forte nel fenomeno del tatuarsi e nasce dal desiderio di essere accettati.

Nelle società cosiddette “primitive”, dei Paesi africani e delle isole del Pacifico, il tatuaggio aveva un ruolo sociale e religioso e segnava il passaggio all’età adulta o all’inclusione in una comunità. In Occidente il tatuaggio era storicamente legato al mondo del circo, del crimine o di chi lavorava in mare. Divenne poi un segno distintivo dei giovani di città fino ad arrivare alla moda odierna.

Minorenni tatuati in aumento

L’indagine nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza condotta da Eurispes, rivela che il 7,7% dei minorenni italiani possiede già un tatuaggio. Si tratta di un fenomeno in forte crescita: la stessa indagine lo scorso anno evidenziava come gli under 18 tatuati fossero il 6,5%.

Il tatuaggio è un’introduzione intradermica di pigmenti che entrano a contatto con il nostro organismo per sempre e con esso interagiscono. È importante quindi accertarsi della sterilità degli strumenti, della conformità dell’inchiostro e delle condizioni igienico-sanitarie dei laboratori che sono stabilite dal ministero della Salute. La percezione sui rischi considerati più frequenti riguarda le reazioni allergiche (79,2%), l’epatite (68,8%) e l’herpes (37,4%).

Da uno studio condotto all’università di Modena e Reggio-Emilia, emerge che i tattoo, insieme ai filler, laser e piercing, se eseguiti in ambienti non adeguatamente sterilizzati, sono la causa principale di contagio da virus epatite C.

Attenzione ai tatuatori non autorizzati

Una sentenza della Cassazione del 2005 ha stabilito che per tatuare o applicare un piercing a un minore occorre il consenso firmato di almeno un genitore. In caso contrario chi lo esegue è penalmente perseguibile.

Secondo un’indagine dell’università la Sapienza di Roma, quasi il 50% dei tatuatori italiani svolge illegalmente la propria attività, lavorando in modo improvvisato e senza nessun rispetto per le norme sanitarie: operare in luoghi chiusi e autorizzati dall’Asl, utilizzare aghi sterilizzati e monouso e i pigmenti usati per i tatuaggi devono essere sterili e atossici.

Non si opponga, ma provi a parlargli

Il mio consiglio consiste nel non opporsi con rigidità a suo figlio, ma di ascoltarlo e rispettarlo. Sicuramente il divieto assoluto non è il migliore degli approcci, come del resto concederlo con troppa leggerezza. Cerchi di capire quali sono le motivazioni reali che lo spingono verso il tatuaggio e gli spieghi i pro e i contro.

Parlate approfonditamente del disegno che vostro figlio vuole farsi fare; un tatuaggio è per sempre e, se è proprio convinto nel volerlo fare, potete scegliere insieme un disegno o un simbolo piccolo e del quale non si debba pentire in futuro. La parte del corpo ha la sua importanza e se vostro figlio vi chiede un parere, cercate di consigliare una zona del corpo che non sia sempre visibile. Da evitare quindi i tatuaggi enormi, che fanno aumentare il rischio di infezioni.

Spieghi a suo figlio che, nonostante il pregiudizio possa sembrare anacronistico, non è infondato: diversi studi empirici hanno a lungo legato i tatuaggi alla percezione di comportamenti devianti. Le persone con la pelle tatuata sembrano più propense a portare armi, a fare uso di droghe e a commettere reati. L’associazione è più forte quando i tatuaggi sono grandi o quando ce ne sono diversi.

Inoltre essere tatuati, specie in posti visibili, riduce di molto la possibilità di trovare lavoro a causa dell’immagine negativa agli occhi delle persone che questa “forma d’arte” porta da sempre con sé. Nell’esercito italiano ad esempio un tatuaggio costituisce “lesione del decoro dell’uniforme” e pertanto è vietato categoricamente ai soldati far dipingere la pelle.

La dottoressa Cristina Pavia è psicologa presso il proprio studio in Bologna e counselor nelle scuole secondarie di primo grado.
Il suo sito internet è cristinapavia.net.
Potete inviarle i vostri quesiti a redazione@consumatrici.it

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