Charlie Hebdo: sottovalutata la wanted list dell’Isis

Uno dei primi a farlo notare, quattro ore dopo l’attentato parigino contro la redazione di Charlie Hedbo, è stato Elijah J. Magnier, corrispondente di lungo corso di Al Rai e analista specializzato in zone di guerra mediorientali e africane: con un tweet aveva segnalato che già dal febbraio 2013 il direttore della rivista satirica Stéphane Charbonnier, “Charb”, era compreso in una “wanted list” dell’Isis insieme ad altri otto nominativi.

Un elenco dei “nemici” dell’integralismo più radicale che racchiude anche altri nomi noti, come Morris Sadek, l’attivista egiziano-statunitense bersagliato da un’ondata di polemiche quando, nel settembre 2012, era stato indicato come il responsabile della diffusione su Youtube del video “L’innocenza dei musulmani”. Era il filmato in cui si denigrava Maometto tacciandolo di impostura e che condusse a rivolte che in Libia portarono alla morte dell’ambasciatore Usa Chris Stevens e di altri tre funzionari diplomatici.

 

 

Attivisti e intellettuali sotto minaccia

 

Come accaduto nel 1988 con le intimidazioni allo scrittore indiano Salman Rushdie e nel 2004 con l’omicidio del regista olandese Theo van Gogh (e come sta accadendo in queste ore al francese Michel Houellebecq, autore del libro “Sottomissione” uscito il 7 gennaio in Francia e atteso in Italia per la prossima settimana), sono diversi gli intellettuali e gli attivisti più o meno controversi nella “lista nera” dell’Isis. Come la scrittrice di origine somala – ma nata in Olanda – Ayaan Hirsi Ali, che aveva scritto il pamphlet “Siamo in guerra con l’Islam”, oltre a Carsten Juste e Flemming Rose, i disegnatori accusati di blasfemia per alcuni loro cartoni animati. E i Paesi Bassi tornano per le minacce a un altro vignettista, Lars Vilks, e per il fondatore del partito delle libertà Geert Wilders. Infine c’è una disegnatrice, stavolta americana, è Molly Norris.

 

 

Valls: “Servizi segreti in enorme difficoltà”

 

In queste ore, per gli otto bersagli degli integralisti si sta studiando la possibilità di ricorrere a misure di protezione, perché il timore è che quei “gruppi molecolari” di cui ha parlato anche il ministero dell’Interno italiano possano attivarsi com’era accaduto a fine 2014 in Canada e in Australia.

Ma all’attenzione degli esperti di antiterrorismo c’è anche un’altra “black list”, questa volta di natura ben diversa perché la vorrebbero diversi governi occidentali. O, meglio, la vorrebbero rendere più stringente. Sul banco dei responsabili, oltre ai tre giovani uomini ritenuti gli esecutori dell’attentato di Parigi, ci sono infatti anche gli apparati d’intelligence d’Oltralpe che nulla avrebbero colto rispetto a quanto si andava preparando. Manuel Valls, premier francese dal marzo 2014, intervenendo nelle prime ore dell’8 gennaio, ha parlato delle “enormi difficoltà che affrontano i nostri servizi segreti”.

 

 

In Italia mobilitato il comitato antiterrorismo

 

Tanto enormi che, nonostante le operazioni antiterrorismo condotte negli ultimi mesi in territorio francese, nelle ore successive al massacro a Charlie Hebdo gli 007 avevano difficoltà a mettere a fuoco il contesto da cui provengono i presunti componenti del commando, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, 34 e 32 anni, il diciottenne Amid Mourad e le sette persone fermate a Reims, dove si sono concentrate le ricerche degli inquirenti. E proprio per questo sotto l’Eliseo non si arrestano le domande senza risposta a Michel Guerin, direttore del dipartimento antiterrorismo che fa parte della Direction centrale du renseignement intérieur (Dcri). Inoltre, se la pressione del governo d’oltralpe non si placa, l’Italia si è mobilitato anche il Casa, il Comitato di analisi per le strategie antiterrorismo che fa capo al Viminale.

 

 

Alfano: “Vietare l’accesso ai siti fondamentalisti”

 

In attesa delle riunioni settimanali del Casa che si tengono ogni giovedì, il ministero dell’Interno Angelino Alfano ha parlato di 53 “foreign fighter” presenti nella penisola, i cosiddetti “terroristi della porta accanto”, autoctoni che si arruolano nelle fila della jihad lanciata dallo Stato islamico.

Annunciando una legge contro di loro (ma di cui, al momento, non sono stati forniti dettagli), il titolare del Viminale ha parlato di “stato di allerta altissimo” per quanto non massimo, passaporti ritirati a sospetti fondamentalisti e vigilanza incrementata presso obiettivi potenzialmente sensibili.

 

 

C’è Internet nel mirino di Alfano

Ma soprattutto è tornato sulla questione della “black list” da compilare a aggiornare attraverso Internet. “Pensiamo di imporre ai provider su ordine dell’autorità giudiziaria di interdire l’accesso ai siti che incitano a tenere condotte terroristiche”, ha detto il ministro. Aggiungendo che il monitoraggio telematico provocherà una diminuzione della privacy e della riservatezza delle comunicazioni. Una storia già vista, dall’11 settembre 2001 con lo statunitense Patriot Atc e fino al Datagate raccontato a partire dal giugno 2013, l’indiscriminato programma di spionaggio di massa – dunque non legato a condotte in potenza pericolose per la sicurezza nazionale – condotto da Nsa e da altre agenzie di intelligence americane.

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