Garante privacy: Google e Fb non possono più trasferire dati negli Usa

Il Garante italiano per la privacy “ha dichiarato decaduta l’autorizzazione emanata a suo tempo con la quale si consentivano i trasferimenti di dati verso gli Stati Uniti sulla base del cosiddetto accordo “Safe Harbor”. Per poter trasferire dati oltreoceano, società multinazionali, organizzazioni e imprese italiane dovranno di conseguenza ricorrere alle altre possibilità previste dalla normativa sulla protezione dei dati personali”.

La decisione riguarda principalmente colossi come Google, Facebook e giganti simili. Il Garante è intervenuto perché in paesi come gli Stati Uniti la privacy degli utenti non è sufficientemente tutelata e può essere violata molto più facilmente che in Europa.

 

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La sentenza della Corte di giustizia europea

“Il provvedimento (in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale) è stato adottato – chiarisce il sito dell’Autortà – dal Garante a seguito della recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha dichiarato invalido il regime introdotto in virtù dell’accordo “Approdo sicuro” (Safe Harbor), facendo venire meno il presupposto di legittimità per il trasferimento negli Usa di dati personali dei cittadini europei per chi utilizzava questo strumento. La decisione presa dal Garante è in linea con quanto concordato nelle settimane scorse nell’ambito del Gruppo che riunisce le Autorità della privacy dell’Ue”.

 

Le informazioni sugli utenti trasmesse abusivamente

Le informazioni bloccate dal Garante riguardano i dati sensibili (nome, cognome, sesso, data di nascita e così via”, nonché gusti e preferenze commerciali, utilizzati per il marketing (cioé per vendere pubblicità e inserzioni costruite “su misura”, vale a dire personalizzate sulle caratteristiche dell’utente”.

 

“Limiti ai trasferimenti”

“In attesa delle prossime decisioni che verranno assunte in sede europea, le imprese – conclude il Garante – potranno dunque trasferire lecitamente i dati delle persone solo avvalendosi di strumenti quali, ad esempio, le clausole contrattuali standard o le regole di condotta adottate all’interno di un medesimo gruppo (le cosiddette BCR, Binding Corporate Rules). L’Autorità si è comunque riservata di effettuare controlli per verificare la liceità e la correttezza del trasferimento dei dati da parte di chi esporta i dati”.

 

Nota: nella foto al centro della pagina, un articolo pubblicato oggi da Il Fatto quotidiano sulla sentenza del Garante della Privacy.

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