“Mi dimetto, ma non mi dimetto”: lo strano addio di Renzi

Matteo Renzi lascia la segreteria ma pone una forte ipoteca su quel che resta del partito democratico. La conferenza stampa di ieri, annunciata per le 17, inizia ben dopo le 18. E il segretario del Pd è subito polemico. Secondo lui si doveva votare nel 2017, assiene alla Francia o alla Germania, per dare al voto una cornice europea più forte. È una frecciata al presidente della Repubblica Mattarella che non volle le elezioni, perché serviva una nuova legge elettorale, che poi è stata fatta (anche da Renzi) in modo tanto pasticciato da provocare lo stallo uscito dal voto del 4 marzo.

Quindi Renzi chiede un’assemblea nazionale peer indire il congresso e dice no a un reggente eletto da un “caminetto” dei vertici del partito.

Polemici Zanda e Anna Finocchiaro

Ma le repliche non tardano ad arrivare anche dall’interno del suo partito.

“La decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo”: afferma   l’ex capogruppo Pd al Senato, Luigi Zanda. “Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide, si danno senza manovre”.

E Zanda insiste: serve “collegialità che è l’opposto dei caminetti” e “annunciare le dimissioni e rinviarne l’operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare”.

“Penso che annunciare le dimissioni, e non darle, dopo avere subito una sconfitta di queste dimensioni sia vistosamente in contrasto con il senso di responsabilità di lealtà e di chiarezza dovuti al partito, ai suoi militanti, ai suoi elettori”, commenta – con altrettanta durezza – Anna Finocchiaro, ex ministra dei governi di Prodi e Gentiloni.

.

“Chi ha vinto, governi”: la conferenza stampa del 5 marzo

Poi il segretario dice che il Partito democratico deve restare all’opposizione, senza se e senza ma. “Chi ha vinto governi”, aggiunge.

Poi ha continuato con la stessa rigidità: “Come sapete e come è doveroso, mi pare che abbiamo riconosciuto con chiarezza che si tratta di una sconfitta netta, una sconfitta che ci impone di aprire una pagina nuova all’interno del Pd. È ovvio che io debba lasciare la guida del partito democratico”, ha detto.

“Avevamo detto no a un governo con gli estremisti, non abbiamo cambiato idea”, ha insistito, lasciando perplesso più di un osservatore.

 

 

Una lunga attesa del segretario

Sono passate le 17, ma della conferenza stampa di Matteo Renzi non c’è traccia. Il segretario del Pd pensa ancora di dimettersi o nelle ultime ore ha avuto un ripensamento?

Ancora presto per dirlo, mentre c’è un vertice in corso nel centro-destra, quello tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Intanto la conferenza stampa di Renzi è stata aggiornata alle 18. Aumenta l’interesse (assieme alla curiosità) per quello che potrà dire il segretario in carica dei Democratici.

 

 

Si rimescolano le carte politiche

 

Sono passate le 17, ma della conferenza stampa di Matteo Renzi non c’è traccia. Il segretario del Pd pensa ancora di dimettersi o nelle ultime ore ha avuto un ripensamento?

Ancora presto per dirlo, mentre c’è un vertice in corso nel centro-destra, quello tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Intanto la conferenza stampa di Renzi è stata aggiornata alle 18. Aumenta l’interesse (assieme alla curiosità) per quello che potrà dire il segretario in carica dei Democratici.

 

 

Si rimescolano le carte politiche

Si rimescola tutto, dopo la dura sconfitta, nel Partito Democratico, a partire dal segretario Matteo Renzi. In tarda mattinata arriva la notizia che l’ex sindaco di Firenze nonché premier prima di Gentiloni aveva deciso di dimettersi da segretario del Pd dopo la clamorosa debacle elettorale, che l’ha visto sotto il 20%. Nel giro di qualche minuto è giunta la smentita del portavoce di Renzi, Marco Agnoletti: “A noi non risulta”. In ogni caso, alle 17 il segretario del partito Democratico parlerà nel corso di una conferenza stampa e ufficializzerà la sua decisione, che ormai sembra socntata: “Dimissioni”, perché – come ha spiegato a Repubblica – con meno del 20% non si può fare altro.

L’ipotesi Maurizio Martina

Dalla sede del Nazareno, dove il leader dei Democraitici è stato in riunione con i suoi fidi per tutta la notte, spunta ora l’ipotesi di una convocazione dell’assemblea nazionale per eleggere nuovo segretario l’attuale vice di Renzi, Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole (nella foto), lombardo di sinistra, ma vicinissimo a Renzi. Ma in campo c’è anche unì’altramipotesi, quella dell’attuale ministro del Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio nella foto in basso.

Al momento si tratta solo di voci, ma potrebbe essere la soluzione per sostituire subito Renzi alla guida del partito.

La nomina di Martina o di Delrio non contemplerebbe – a quanto si capisce – la riconvocazione delle primarie, ma una eventuale elezione da parte del parlamentino Pd, come quando Franceschini fu nominato dopo le dimissioni di Veltroni.

Comunque, già in queste ore, tutto è in movimento.

La sinistra sconfitta in tutte le salse

Più in generale, l’esito delle urne sancisce la sconfitta della sinistra. Pd e alleati, in coalizione, non superano il 25%, Leu non va oltre il 3%. Mai la sinistra italiana era caduta così in basso.

Due, invece, i vincitori per le elezioni del 4 marzo: i 5 stelle sono il primo partito, quando ormai lo scrutinio per la Camera è oltre la metà. Altro dato rilevante: il centro-destra è la prima coalizione e la Lega supera il 17,6% e sorpassa Forza Italia, ferma intorno al 15%.

Luigi Di Maio, in conferenza stampa, ha dichiarato che triplicano i seggi che vanno alla sua formazione. “Rappresentiamo l’intera nazione”, ha detto. “E questo ci proietta a forza di governo. Ora inizia la Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini italiani”.

Sono due anche gli sconfitti: il Partito Democratico si aggira intorno al 20% e, con queste cifre, non potrebbe neanche metter su “larga intesa” con Forza Italia e Berlusconi per poter dare vita a una maggioranza.

I 5 stelle stravincono nel Sud e in Sicilia e Sardegna. Dalle Marche al Nord la cartina dell’Italia è tutta in mano al centro-destra. Il centro-sinistra strappa solo una piccola area del centro, con Emilia-Romagna e Toscana.

Difficile per Mattarella dare il via a un nuovo governo. Nel nuovo Parlamento difficile, infatti, raccogliere una nuova maggioranza.

Nella cartina in basso il voto nei collegi uninominali, quando sono state scrutinate 34419 su 61401.

Le proiezioni dei seggi

Stando alle proiezioni, alla Camera la coalizione di centro-destra avrebbe 245 seggi, l’M5s tra 215, mentre la coalizione di centro-sinistra 135. A Leu andrebbero 12-20 seggi e agli altri 6-8.

Al Senato, secondo l’ultima proiezione di Swg per La7 il centrodestra avrebbe 132 seggi, il M5S 112, il centro-sinistra 50. LeU si ferma tra 6 e 8 seggi.

Nella foto in basso: Di Maio e Di Battista in festa, in quella grande di apertura lo staff dei grillini festeggia già dopo la pubblicazione dei primi sondaggi.

Le proiezioni in Lombardia e Lazio

Per le due grandi regioni impegnate nel voto secondo gli exit poll Rai, in Lombardia Attilio Fontana (centro-destra) è in vantaggio al 38-42%; Giorgio Gori (Centro-sinistra) è al 31-35%%. Dario Violi (M5s) è al 17-21% e Onorio Rosati (Leu) al 2-4 %.

Nicola Zingaretti (Centro-sinistra, nella foto qui sopra) nel Lazio è in testa con il 30-34%, mentre Stefano Parisi (Centro-destra) è al 26-30%%. Roberta Lombardi (M5s) è al 25-29% e  Sergio Pirozzi (Lista civica) è al 2-4%.

L’affluenza ai seggi nel Lazio è stata del 66,48%. Nel 2013 era stata del 71.91%.

Renzi: ufficiali le dimissioni?

“Stiamo seguendo come tutti l’evoluzione dei risultati ed è chiaro che si tratta di una sconfitta molto evidente e molto chiara, molto netta”, afferma il vicesegretario del Pd, Maurizio Martina, nella sede del Nazareno, dove ha seguito lo scrutinio anche Matteo Renzi.
L’ex premier accarezza ancora l’idea di lasciare, dimettendosi.

“Volevano solo buttarmi fuori”, ha dichiarato l’ex premier a Repubblica dopo i primi risultati del voto politico. “Cacciare la preda, per poi riprendersi il partito. Ci sono riusciti, fregandosene del fatto che il Pd era l’unico a reggere il sistema. In tema di dimissioni, sotto il 20% non ho alternative, non posso restare: devo essere coerente con la mia storia. Non sono interessato al mio destino personale. Posso anche fare il senatore semplice”.

Intanto detta la linea che dovrebbero assumere i Democratici: va male, andiamo all’opposizione.

Ma si dimetterà? “Domani (oggi per chi legge) il Pd terrà una conferenza stampa e in quell’occasione Renzi farà le sue valutazioni, Matteo non si è mai sottratto alle sue responsabilità”, ha detto il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato.

Un terremoto politico

Un vero e proprio terremoto politico. Stando ai primi exit poll e alla prima proiezione per il Senato, i 5Stelle escono dal voto come il primo partito. Il Movimento 5 Stelle al 33,1%, la Lega (17,3%) supera Forza Italia (14,1%) e il Pd crolla al 18,7%: è questo il voto che emerge dalle proiezioni per Palazzo Madama della maratona de LA7, condotta da Enrico Mentana. Pwerquanto riguarda gli altri Fdi 4,2, Noi con l’Italia 1%. Più Europa 2,6%, Lorenzin 0,5%, LeU 3,3%. Secondo gli exit poll Rai alla Camera centro-destra 33-36%, M5S 29,5-32,5%; centro-sinistra 24,5-27,5%; Leu 3-5%.
Il Movimento 5 Stelle fa meglio delle precedenti elezioni politiche, allungando fino a cinque punti percentuali alla Camera.

Va molto avanti anche la Lega che potrebbe superare Forza Italia nella coalizione di centro-destra. Nella coalizione di centro-sinistra è il Pd ad avere il grosso dei voti, ma molto al di sotto delle politiche precdenti, quando il partito di Bersani si attestò intorno al 25%.

La seconda proiezione conferma le tendenze emerse dalla prima. La Lega Nord supera Forza Italia (nella foto sopra la soddisfazione di Matteo Salvini). E questo è un altro dato clamoroso.

Affluenza al 74&

Ma ci vorrà l’intera notte per fare i conti con dei risultati assestati.

Intanto c’è il dato dell’affluenza, che dovrebbe essere stata abbastanza alta, attestandosi al 74%.

 

 

Consultazioni anche in Lazio e Lombardia: le notizie del 4 marzo

Il momento delle elezioni politiche  e di due consultazioni per importanti Regioni (Lombardia e Lazio) è arrivato. Oggi, domenica 4 marzo, si vota per le politiche e per importanti consultazioni regionali: Lazio e Lombardia.  Urne aperte per un solo giorno, dalle 7 alle 23 (a differenza dell’ultima tornata elettorale del 2013: si votò in due giorni, domenica 24 e lunedì 25 febbraio). Il presidente della Repubblica, Mattarella, ha votato stamattina alle 9 a Palermo.

L’affluenza alle 19 è decisamente alta: sarebbe del 58%. Sembra lo stesso trend del referendum costituzionale, in cui i votanti sfiorarono il 70%.

L’apertura dei seggi

L’orario di apertura e chiusura dei seggi è lo stesso per elezioni politiche e per le regionali. Cambia invece quello dello spoglio: quello del Parlamento comincia subito dopo la chiusura dei seggi, dunque, alle 23. “Prima si procede all’accertamento del numero dei votanti e, subito dopo, si comincia lo spoglio delle schede del Senato; a conclusione di tale spoglio, si effettua quello delle schede della Camera dei deputati”, recita il sito del ministero dell’Interno.

Grasso: “Errori sulle schede a Palermo”

“Mi preoccupa che a Palermo alcuni seggi siano ancora chiusi in attesa di ricevere le schede elettorali corrette. Nel giorno più importante di una democrazia, quello delle elezioni, sono ritardi ed errori inaccettabili, che spero non scoraggeranno la partecipazione dei cittadini”: così il presidente del Senato, Pietro Grasso e leader di LeU (nella foto qui sopra) commenta il fatto che a Palermo siano ancora chiusi molti seggi per via di errori fatti sulle schede.
Il riferimento è all’errore nella stampa e nella consegna delle schede elettorali in più di 200 sezioni. I cittadini – davanti ai cancelli ancora chiusi rispetto all’orario previsto per il voto – vengono invitati a tornare più tardi. Il collegio è quello dove il leader di LeU Pietro Grasso è candidato all’uninominale. “Mi preoccupa – commenta Grasso – che a Palermo alcuni seggi siano ancora chiusi in attesa di ricevere le schede elettorali corrette. Nel giorno più importante di una democrazia, quello delle elezioni, sono ritardi ed errori inaccettabili”.

Quanti voteranno

Oltre 46 milioni e mezzo per la Camera dei deputati, quasi 43 milioni per il Senato della Repubblica: sono gli elettori aventi diritto per il voto di domenica, secondo le cifre fornite del ministero degli Interni per in rinnovo del parlamento.

I numeri in dettaglio

In dettaglio gli elettori per la Camera (diritto di voto dai 18 anni compiuti entro domenica) sono 46.604.925, di cui 22.430.202 maschi e 24.174.723 femmine; per il Senato (diritto di voto dai 25 anni) sono 42.871.428, di cui 20.509.631 maschi e 22.361.797 femmine. Eleggeranno 618 deputati e 309 senatori. Le sezioni elettorali saranno 61.552.

Gli elettori all’estero

Gli elettori della circoscrizione estero – al voto in anticipo e fino a giovedì prossimo, 1 marzo – sono per la Camera 4.177.725, per il Senato 3.791.774. Con il voto all’estero saranno eletti rispettivamente 12 deputati e 6 senatori.

La tessera elettorale

Il ministero dell’Interno ricorda che gli elettori, per poter esercitare il diritto di voto presso gli uffici elettorali di sezione nelle cui liste risultano iscritti, dovranno esibire, oltre a un documento di riconoscimento valido, la tessera elettorale. Chi avesse smarrito la propria tessera, potrà chiederne il duplicato agli uffici comunali, che saranno aperti da martedì 27 febbraio a sabato 3 marzo, dalle ore 9 alle ore 19, e domenica 4 marzo, giorno della votazione, per tutta la durata delle operazioni di voto.

Per i governatori lo spoglio si fa il 5 marzo

Per conoscere i governatori bisognerà aspettare invece il giorno dopo: lo scrutinio delle schede regionali comincerà lunedì 5 marzo alle 14, si legge sempre sul sito del Viminale, “dopo che siano state ultimate le operazioni di spoglio relative al Senato e alla Camera dei deputati”.

Previsti alcuni exit poll, che verranno resi noti non appena si chiudono le urne. A seguire le prime proiezioni e poi i risultati si definiranno man mano con i dati che arriveranno dal Viminale in tempo reale.

La nuova legge elettorale

Le elezioni politiche avverranno con la nuova legge elettorale, ribattezzata Rosatellum bis o Rosatellum 2.0. È quella che prevede un sistema misto tra maggioritario e proporzionale con uno sbarramento al tre per cento sotto il quale si viene esclusi. Per quanto riguarda il maggioritario, esistono 231 collegi – 122 seggi per la Camera e 109 per il Senato – mentre al proporzionale corrispondono i restanti 399 parlamentari. Le istruzioni per il voto sono riassunte nei video sopra e sotto.

Il collegio maggioritario

Una volta al seggio, gli elettori si troveranno in mano una sola scheda elettorale per la Camera (di colore rosa) e un’altra per il Senato (giallo) su cui sono riportati i nomi dei candidati nel collegio maggioritario. A fianco di ciascuno, compare il simbolo del partito o dei partiti, in caso la candidatura sia sostenuta da una coalizione.

Il sistema proporzionale

Barrando sul simbolo, il voto va in automatico al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Nel caso in cui invece gli elettori barrino solo sul nome del candidato del collegio, i voti verranno distribuiti proporzionalmente a tutti partiti della coalizione che lo sostengono.

Gli italiani all’estero

Per gli italiani all’estero la procedura di voto è differente, ma è esaustivamente spiegata dal Ministero degli esteri. A coloro che risiedono fuori dai confini italiani, le schede elettorali sono consegnate in questi giorni e dovranno essere restituite entro le 16 (ora locale) del 1° marzo all’ufficio consolare di riferimento.

 

Elettori nella storia d’Italia: la lenta discesa

Era il 18 aprile del 1948 quando gli italiani si recarono alle urne per eleggere deputati e senatori della prima legislatura.

La Repubblica era appena nata e la popolazione corse in massa a votare: ben il 92,2% degli elettori. Sessantacinque anni dopo, alle elezioni del 2013, è stato raggiunto il minimo storico: solo il 72,2% degli aventi diritto per la Camera dei deputati e il 72,3% per il Senato.

Un calo di 20 punti percentuali

Tra la prima e l’ultima legislatura il calo è stato di ben 20 punti percentuali. I dati, contenuti nelle tabelle dell’Istat, sono elaborati dall’Adnkronos.

In termini assoluti gli elettori per la camera dei Deputati sono aumentati del 73,4%, passando dai 29,1 milioni del 1948 ai 50,5 milioni del 2013; per il Senato l’incremento è stato maggiore, visto l’invecchiamento della popolazione di elettori, passando da 25,9 milioni a 46,2 milioni (+78,7%). E anche in termini assoluti cresce il numero di votanti. Per la camera dei Deputati si è passati da 26,8 milioni del 1948 a 36,4 milioni delle ultime elezioni (+35,7%); per il Senato da 23,8 milioni si è saliti a 33,4 milioni (+40,1).

 Il crescente astensionismo

Se nel 1948 poco più di 2,3 milioni di persone decisero di non andare a votare per la Camera (2 milioni al Senato), nel 2013 sono rimasti a casa 14 milioni di elettori della Camera (12,8 milioni del Senato). L’incremento in termini percentuali è del 521,2%.

Il crollo dopo l’ottava legislatura

Consultando i numeri delle diverse legislature emerge che nei primi anni, fino alle elezioni del 3 giugno 1979 (l’ottava legislatura), a votare erano 9 elettori su 10. Nel corso delle prime legislature l’affluenza alle urne è addirittura aumentata, arrivando al 93,8% nel 1953 (7 giugno) sia per la camera dei deputati che per il Senato.

Risultato bissato nelle elezioni successive, nel 25 maggio 1958, per la camera (93,8%) e addirittura superato per il Senato (94%). Poi è iniziata la discesa, lenta, che ha portato al 78,1% e 78,2% nel 2008 (13 aprile). E alla fine c’è stato il crollo, con la perdita di 5,9 punti percentuali di elettori per entrambe le camere.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto