Arriva il Novello, dateci sotto (ma non troppo)

Sempre più rari. Sempre più “curati”. Sono i vini novelli 2014. Rossi, amabili, leggeri, profumatissimi, a particolare fermentazione carbonica. In vendita quest’anno ne troveremo meno.  La buona notizia, però, è che la qualità sarà piuttosto alta, prevede la Cia, Confederazione Italiana degli Agricoltori.

E le sagre del Novello si moltiplicano regione per regione.
Ma intanto… qualcuno per caso li ha già assaggiati?

 

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Le nuove bottiglie sono appena arrivate

Le nuove bottiglie di novello 2014 sono arrivate sul mercato proprio questa settimana. Da sempre la presentazione è per la festa di San Martino 11 novembre (ma quest’anno è stato anticipata di qualche giorno).

Se comunque l’avete già bevuto, ritenetevi un’elite. Già perché, se fino a pochi anni fa il vino novello era un impressionante fenomeno di moda (fra fine anni ’90 e inizio 2000 non esisteva serata senza un bicchiere di rosso amabile e fruttato), oggi è tutto cambiato. Trovare un’azienda che produca novelli, è come avvistare un Orango di Sumatra nella foresta pluviale dell’Indonesia.
“Il picco storico si è raggiunto nel 2002 con 18 milioni di bottiglie – dice Domenico Mastrogiovanni della Cia nazionale, la Confederazione italiana degli agricoltori – Quando la gente si estasiava dietro il Beaujolais nouveau francese. Da allora si sono perse oltre 14 milioni di bottiglie. Tradotto: meno 80%. Quest’anno siamo a poco meno di 4 milioni di bottiglie prodotte da circa 200 aziende. Giro di affari: sui 20 milioni di euro”.
In Basilicata, tanto per dire, le bottiglie 2014 saranno poche decine di migliaia, soprattutto Aglianico del Vulture, Grottino di Roccanova, Terre Alta Val d’Agri.
E pensare il novello avrebbe un sacco di assi nella manica.

 

Fresco, giocoso, fruttato

“È un vino fresco, giocoso, fruttato, leggero. La sua filosofia? Meno alcol sì, ma più profumi. La gradazione arriva a 11 gradi e si accompagna perfettamente con i prodotti tipici di autunno a cominciare dalle caldarroste – spiega Marco Nannetti, presidente dei Vini Colli di Imola Doc che però conferma: “La produzione attuale? Siamo a meno dell’1% nazionale. Era una moda, adesso è passata. E poi non è  neanche facile farlo, serve una tecnologia particolare, macchinari speciali e competenze che non tutti hanno” .

 

Una produzione di nicchia

Anche da Vinitaly di Verona, la fiera di settore più importante del mondo allargano le braccia: “È diventata una produzione enologica di nicchia. Troppo limitata. Avevamo una sezione dedicata, ma oggi non c’è più”.
Eppure questo vino giocoso piace un po’ a tutti. Ha tante qualità. Ma un grande peccato: dura poco. Eh già, il novello bisogna aprirlo e berlo, senza aspettare chissà quale occasione. Va consumato subito nel giro di qualche settimana. Sennò non si chiamerebbe così, no? La sua conservabilità è limitata, non oltre sei mesi.

È un vino carpe diem

È un vino carpe diem. Una bevuta filosofica. Esistenziale: cogli l’attimo.
“Non lo puoi tenere sugli scaffali fino a gennaio – ribadisce Mastrogiovanni della Cia –  È un prodotto con una componente ludica: il suo fascino sta proprio nella novità. Se si aspetti a stapparlo, arrivano a ruota i vini nuovi veri e propri. E il mercato si sposta su questi: che sono più corposi e a volte costano anche meno”.
Povero vino novello, costretto a correre sempre inseguito dalla concorrenza. Obbligato a tutti i costi a conquistare hic et nuc, adesso e subito, senza una seconda possibilità.
“Durante il boom – aggiunge Mastrogiovanni – sono comparsi sul mercato  prodotti scadenti a prezzi irrisori che tentavano di cavalcare il momento d’oro. E hanno un po’ rovinato la sua reputazione” .
Se poi si aggiunge che è un vino piuttosto complicato da produrre, il cerchio si chiude.

Produrre il novello non è semplice

Eh sì, perché fare il vino novello è una faticaccia (quando ce l’hanno illustrato, dopo  40 secondi ci era già venuto un attacco di ansia). Un mese di lavorazione. Pochi macchinari in aiuto (nell’enologia classica si usano le macchine per la fermentazione, per la pigiatura, qui si fa tutto a mano) moltissima manodopera dunque. La principale differenza è che la fermentazione è di tipo carbonico. Si comincia riempiendo un tino alto 4 metri di grappoli d’uva (raccolti leggermente in anticipo sulla maturazione) e che devono essere immessi a uno a uno all’interno del tino, senza romperli o rovinarli. Una prova di abilità manuale.

È come una falena

“E  ciliegina sulla torta – racconta Ettore Tamburini  dei Poderi delle Rocche, piccola azienda  vitivinicola (150.000 bottiglie all’anno, 26 tipologie) sui colli di Imola –  si corre come pazzi perché i tempi strettissimi. Il vino deve essere pronto in quella data precisa e allora lavori anche di notte perché le bottiglie escano dalla cantina quel giorno”.
Un lungo sforzo per un vino civettuolo che è come una falena: dura un battito di ali e poi non vivrà  più.
“Siccome poi il nostro novello Volpino Rosso è anche Doc, noi –  prosegue Tamburini – ci aggiungiamo l’ulteriore fase del protocollo Doc. Una pazzia, forse. Però i clienti ci vengono dietro”.

Vignaiolo in controtendenza

Ettore Tamburini è un vignaiolo che va in controtendenza perché lui è così bravo che  il vino novello, non solo continua a produrlo, ma soprattutto a venderlo. “L’anno scorso abbiamo dovuto fare un secondo imbottigliamento per stare dietro agli ordini”.
E infine i consigli. Come scegliere una buona etichetta. Il prezzo non deve essere inferiore ai 5 euro e non superiore ai 10. Secondo consiglio: siate curiosi, assaggiate e ascoltate le vostre sensazioni.  Infine, come dice Tamburini: “Un buon novello deve essere un trionfo di profumi. Non solo nei primi attimi dell’apertura.  Ma anche dopo  che è stato aperto, deve continuare a sprigionare i suoi effluvi fruttati. È il segnale che il prodotto è di qualità”.
Ma il modo migliore per goderselo è andare in una delle tante feste di paese di questo periodo. Perché alla fine, per tirarsi su fra le nebbie e le malinconie di novembre, cosa c’è di meglio di un bicchiere di novello con le caldarroste?

LA SCHEDA

Circa un terzo della produzione italiana di vino proviene  dal Veneto che insieme al Trentino copre quasi la metà della produzione nazionale. Seguono poi la Toscana, la Sardegna, l’Emilia Romagna e la Puglia (dati Coldiretti). La produzione italiana è caratterizzata soprattutto da novelli monovitigno con l’utilizzazione di un’ampia gamma di vitigni autoctoni (Teroldego, Ciliegiolo, Nero d’Avola, ecc.) anche se quelli più utilizzati sono nell’ordine Merlot, Sangiovese, Cabernet, Montepulciano e Barbera.

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