“Quanto basta”: il bel film di Falaschi da oggi nei cinema, la parola al regista

È una storia d’amicizia, nata tra pentole e fornelli, quella che racconta Francesco Falaschi in “Quanto basta”, l’ultimo film del regista toscano nelle sale dal 5 aprile.

Protagonisti della commedia Arturo, chef talentuoso finito in carcere per rissa e interpretato da Vinicio Marchioni, Anna, che lavora in un centro per ragazzi autistici interpretata da Valeria Solarino, e Guido, ovvero Luigi Fedele, diciottenne affetto dalla sindrome di Asperger e con una grande passione per la cucina.

Questi gli ingredienti, è il caso di dirlo, della commedia di Falaschi, che torna dietro la cinepresa per il suo quarto lungometraggio e che firma la sceneggiatura insieme a Filippo Bologna, Ugo Chiti e Federico Sperindei.

“Va così di moda la cucina che…”

“Va così di moda la cucina – racconta a Consumatrici.it il regista – che sarebbe facile dire che è un film sulla cucina. La cucina è sì il mestiere di Arturo e quello a cui aspira Guido, ma è l’ambiente in cui si muovono, dove nasce l’amicizia. Questa è la storia di un incontro straordinario, è la storia della ricchezza che nasce da questo rapporto che sembra squilibrato, ma che in realtà è profondo”.

Una trama diversa dalle solite

Arturo, cuoco non più di successo, con problemi di controllo dell’aggressività, “troppo bravo per i ristoranti scarsi e troppo sputtanato per quelli fighi”, è finito in carcere per rissa, ma deve scontare la pena ai servizi sociali tenendo un corso di cucina nel centro per ragazzi autistici dove lavora Anna. È qui che incontra Guido, un mite giovane aspirante cuoco con la sindrome di Asperger, una delle tante declinazioni dell’autismo. Quando Arturo è costretto ad accompagnare Guido a un talent culinario – l’ultima cosa al mondo che vorrebbe fare Arturo –  si crea un rapporto di amicizia e di fratellanza che cambierà i destini di entrambi.

In edicola e in tv il cibo impazza: solo in Italia si contano 70 programmi televisivi, che raggiungono un’audience mensile di circa 35 milioni di spettatori, 25.000 blog, più di 1.000 siti tematici e 110 riviste. Numeri che ci danno l’idea di come il cibo non sia più cibo e che stia diventando un’ossessione, oltre che un vero e proprio fenomeno mediatico.  Ambientato tra Roma, Chiusi e la Val d’Orcia, Quanto basta, invece, racconta la passione per la cucina da un punto di vista diverso, mettendo al centro le persone.

Ironia, pietas, fratellanza, sarcasmo

“Quanto basta – aggiunge Falaschi –  racconta la storia di una persona che è cinica per gli eventi, poi vede attraverso l’ultima persona che penserebbe utile, un vero incidente di percorso, vede una possibilità nuova. Nel film ci sono vari sentimenti, l’ironia, la pietas, che non è pietismo, la fratellanza, il sarcasmo. C’è anche la tenerezza e non mancano i momenti più umoristici, proprio quello che dovrebbe esserci nelle commedie”.

Prodotto da Notorius Picture e Verdeoro con Rai Cinema, il film vede il ritorno di Falaschi dietro la macchina da presa per un lungometraggio, dopo Emma sono io (2003), che gli valse la nomination ai David di Donatello e al Nastro d’Argento come miglior regista esordiente e il Premio del pubblico al Festival N.I.C.E di San Francisco, Last minute Marocco (2007) e Questo mondo è per te (2011).

Tra il suo primo film e questo “c’è continuità – racconta il regista toscano – perché in “Emma sono io” si rovesciava o schema tra chi aiuta e chi deve aiutare, tra chi è matto e chi non lo è. Si ribaltavano gli schemi, la diversità diventava lo scarto dal conformismo, non per scelta, ma per destino personale, era una molla di cambiamento. Un po’ tutte le mie commedie sono su incontri straordinari”.

 

“Rivalutazione della sceneggiatura”

Falaschi torna così con una nuova commedia, dopo che tra il 2013 e il 2016 si è dedicato alla Scuola di Cinema di Grosseto, realizzato alcuni documentari, diretto spot pubblicitari e web serie. Un occhio attento quello del regista e sceneggiatore toscano che per il nostro quotidiano on line fa il punto sulla commedia italiana: “C’è una rivalutazione della sceneggiatura, della cura della storia dei personaggi. Essendo il nostro un cinema di personaggi e di situazioni sociali e storie, questo è un dato positivo. Il pericolo che viviamo ora è che c’è la tendenza a riproporre formule collaudate, che si esauriscono rapidamente. Si tende a partire troppo dal cast, non che non ci siano degli ottimi attori, ma se non c’è coraggio di imporre all’attenzione del pubblico nuove facce non se ne esce”.

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