La rivoluzione all’Espresso? Comincia a 60 anni

La copertina disegnata da Daniele Zendroni, un giornalista trentenne, rappresenta un’Italia in bianco e nero, maculata, che assume le sembianze di un gattopardo. E il titolo, “Gattopardi di provincia”, lancia un’inchiesta di Fabrizio Gatti su istituzioni – le province appunto – date per abolite, ma che, andando a vedere sul territorio, si rivelano in perfetta salute, con tutti gli sprechi e le inefficienze che ne conseguono.

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È il racconto di un cambiamento tutto italiano, che porta a non cambiare niente, quello che oggi, venerdì 6 marzo, farà in edicola l’Espresso, il settimanale fondato 60 anni fa da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari in formato “lenzuolo” e che adesso, sotto la direzione di Luigi Vicinanza, insediatosi il 9 ottobre 2014, celebra il proprio compleanno rilanciandosi con una grafica nuova e una più profonda convergenza tra carta e web.

Carta e web da integrare sempre più

“Sono due strumenti che dobbiamo utilizzare insieme per raggiungere il lettore laddove si trova”, dice il neo direttore, che inaugura la nuova vita del giornale con un’intervista realizzata da Marco Damilano al presidente del consiglio Matteo Renzi. E aggiunge Vicinanza: “Considero quest’intervista, comunque si possa pensarla su di lui, molto significativa perché per la prima volta parla in maniera sistemica dell’idea d’Italia che lui ha e del sistema politico con cui vuole governarla”.

La “fabbrica” della Provincia di Roma

Certo, di governare l’Italia c’è bisogno, dato che, come ricostruisce il nuovo Espresso, “raccontiamo per esempio della sede della provincia di Roma, che è ancora in costruzione e che è costata finora 263 milioni di euro”. Ma c’è bisogno anche di modo diverso di concepire il giornalismo e il suo compito.

Dalla Capitale corrotta alla Mafia capitale

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Ci prova il settimanale di via Cristoforo Colombo che intende conservare i fasti guadagnati sul campo con l’inchiesta della metà degli anni Cinquanta sulla speculazione edilizia, “Capitale corrotta = Nazione infetta”, e pure i galloni derivanti dall’aver anticipato la storia dei “quattro re di Roma”, divenuta poi la recentissima inchiesta giudiziaria Mafia capitale.

Come? Secondo Vicinanza, lo si può fare “raccontando senza guardare in faccia a nessuno la realtà, qualunque essa sia. La caratteristica dell’Espresso è la sua laicità non intesa soltanto nel rapporto tra Stato e chiesa, cittadino e religione, ma anche nel modo in cui si affrontano temi scabrosi. Da questo punto di vista siamo completamente laici”.

Quali invece sono le linee del nuovo settimanale e della sua direzione, iniziata cinque mesi fa?

“Lo scrivo sul numero di domani e attacco il mio commento dicendo che ‘l’Espresso si rinnova, l’Espresso resta se stesso’. Non è gioco di parole, ma è proprio questo il segno: il giornale ha una caratteristica molto forte, che è quella del giornalismo d’inchiesta, degli scoop, del racconto dell’evoluzione del Paese e della battaglia delle idee. Questi elementi valevano 60 anni fa, quando la televisione era appena nata e l’apparecchio televisivo, come lo chiamavano allora, era un oggetto del desiderio per pochi ricchi. E vale pure adesso, nel momento in cui siamo inseguiti dal flusso delle informazioni”.

A questo proposito, quale sarà più nel dettaglio il rapporto tra il giornale cartaceo e il suo sito web?

“La mia idea è che l’Espresso è uno, non c’è differenza tra giornalismo su carta e quello online. La mia generazione è nata con due appuntamenti informativi: la mattina in edicola e la sera con il telegiornale. È andata avanti così per decenni. Adesso siamo inseguiti da quel flusso delle informazioni. C’è persino quando siamo in una stazione della metropolitana o dei treni, dove sono stati piazzati schermi che ci bombardano di notizie molto spesso anche inutili e senza senso. A volte sono solo un fastidioso rumore di fondo. Lo scopo dell’Espresso, invece, è di selezionare e di dare alle notizie un senso, una gerarchia e un’interpretazione”.

Questo si traduce anche nell’annunciato superamento delle tradizionali sezioni di un giornale?

“Esatto. La scansione del giornale non è più secondo la tradizione ‘primo piano’, ‘attualità’, ‘politica’, ‘mondo’ ed ‘economia’ con tutto quello che segue. Nel nuovo Espresso ci sono due parti precise: quella davanti di ‘all news’, poi c’è il reportage fotografico che in qualche modo interrompe e la seconda parte, che è “culture”, al plurale, un momento in cui il lettore si rilassa. Le “all news” sono il concentrato dei settori che non esistono nella realtà, ma che esistono nella nostra testa e nella nostra organizzazione del lavoro”.

Qualche esempio?

“Quando parliamo della Grecia, della possibilità della sua uscita dall’euro, affrontiamo una questione di politica estera, di politica economica o, con la vicenda Tsipras e della vittoria di Syriza, una questione di politica interna? Questa storia riunisce in sé tutti e tre gli aspetti. Dunque se un settimanale la vuole spiegare, deve mettere insieme tutte le competenze giornalistiche realizzando un dossier che mescoli i saperi e le esperienze. Lo stesso vale per altri temi, come la crisi libica, che potrebbe essere anche una questione culturale indagando che rapporto l’occidente deve avere con i popoli arabi”.

Dal punto di vista grafico, l’impostazione come viene incontro a questa modalità di racconto giornalistico?

“Intanto sono fiero di un aspetto che sembra minimalista, ma che ritengo importante: abbiamo ingrandito il corpo dei caratteri degli articoli. Penso che la lettura debba essere un piacere e non una fatica. Per cui anche i giovani, che hanno una buona vista, se riescono a leggere un testo più grande, ne traggono godimento. Inoltre fino al numero di venerdì scorso, prima di arrivare al servizio di primo piano, c’era una serie di commenti e di rubriche. Da domani non più, adesso si arriva subito al servizio di copertina. È necessario: il lettore ha sempre meno tempo e vogliamo venirgli incontro dandogli subito accesso alla proposta forte del nuovo numero”.

In questi anni la crisi per l’Espresso come si è presentata, come è stata affrontata e come la affrontarerà, date l’erosione delle copie vendute in edicola e le difficoltà di tutto il settore?

“Prima dicevo che noi dobbiamo essere dov’è il lettore, in edicola e su web. Un altro esempio aiuta a capire. Noi siamo stati quelli che in Italia hanno raccontato per primi della lista Falciani e dei conti all’estero con SwissLeaks. Poiché ci ha lavorato un consorzio di giornalisti internazionale, l’accordo tra tutti era che le informazioni venissero liberate alle 22 di domenica 8 febbraio. Per un settimanale è il giorno peggiore. Un quotidiano come Le Monde o il Guardian o anche per la Bbc non ci sarebbe stato problema. Ma per l’Espresso lo era, e grosso, perché sarebbe andato in edicola cinque giorni dopo.

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Ovviamente il servizio l’ho fatto preparare lo stesso e l’ho utilizzato per il web e da qui ha avuto comunque una forza tutta sua, come se l’avessi pubblicato sulla carta. Una forza che nei giorni successivi ho continuato a cavalcare sul sito fino a condensare il meglio delle informazioni, rimodulandole e approfondendole, per il numero andato in edicola il venerdì successivo. Il web non ha cannibalizzato la carta, anzi, si era creato un gioco di sponda tale per cui era chiaro a chiunque che il depositario della notizia era l’Espresso. Che sia quello di carta o l’online, al lettore interessa poco”.

Per cui un affinamento sostanzialmente di ciò che è accaduto con le “fughe di notizie” a partire dai celebri cablogrammi di Wikileaks?

“Sì. Sono sempre più convinto che il lettore, specie nell’era della rivoluzione digitale, è molto abituato a mescolare i temi tant’è vero che si parla di dieta informativa. Proprio per questo dobbiamo adeguare, pensare e organizzare i giornali a queste sensibilità. Il senso di queste mie parole? Il senso è che il rinnovamento è fondamentale per garantire la tradizione”.

Vedi il video di presentazione sul sito dell’Espresso

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