Reddito minimo garantito: why not?

Eppure lo vorrebbe l’Europa, secondo una formula abusata. Anzi, lo vuole fin dal 1992, quando fu varata la prima raccomandazione a contrasto della povertà, e poi l’ha ribadito in almeno tre occasioni: nel 2006, nel 2008 e ancora nel 2010 con una risoluzione accolta, pur con modalità differenti, dai 28 Stati membri e una timida — “prudenziale” è l’aggettivo del governo — sperimentazione italiana. Il soggetto è il reddito minimo garantito, tutela prevista per chi si trova al di sotto di una determinata soglia di entrate, e rappresenterebbe per il Paese, se andasse oltre le esperienze finora attuate all’interno dei confini nazionali, una sorta di rivoluzione nel mondo degli ammortizzatori sociali. Fattibile?

In Grecia ce l’hanno fatta
In Grecia, fanalino di coda del Continente, la risposta è stata affermativa. È notizia recente, infatti, che 700.000 persone – il 7% della popolazione ellenica – ne beneficeranno entro il 2015, quando questo nuovo strumento diverrà pienamente operativo. Fino ad allora, la copertura verrà estesa in modo progressivo partendo da 13 comuni pilota. In verità l’annuncio del provvedimento greco è stato salutato con polemiche tra la Nuova Democrazia del premier Antonis Samaras e il principale partito di opposizione, Syriza di Alexis Tsipras (dato al 30 per cento dei consensi se si voterà in anticipo rispetto alla scadenza naturale del 2016).

aaaaaaminimo

In Francia è in vigore dal 2009
Ma altrove esperienze analoghe sono state attuate. In Francia, per esempio, nel 2009 è entrato in vigore il Reddito di solidarietà attivo per supportare lavoratori con problemi a superare il periodo di difficoltà e qualcosa del genere esiste in Gran Bretagna e in Danimarca, dove – pur con rispettive differenze – il lavoratore deve a un certo punto accettare un impiego che rispetti le competenze di chi è in difficoltà.
In Germania, poi, questa forma di ammortizzatore viene estesa anche ai cittadini comunitari e ai rifugiati (per quanto all’inizio dell’autunno, a Berlino, siano giunte le richieste delle aziende di ripensare anche alla cassa integrazione).

In Italia finora solo 12 Comuni
E in Italia? Con un decreto ministeriale d’inizio 2013 è stato introdotto il Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva) ed è stato attivato per un triennio su un campione iniziale di 12 Comuni con oltre 250.000 abitanti (Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia e Verona).
In questo fondo confluiscono i 50 milioni di euro all’anno delle risorse previste e, in base a una nota del ministero del Lavoro e delle politiche sociali datata 3 settembre 2014, c’è voluto oltre un anno e mezzo (fino ad agosto 2014) per stilare le graduatorie definitive dei beneficiari. Affiancato alla “social card” del 2008 poi riproposta dal governo Monti, finora il Sia ha tuttavia riguardato una fetta minima della popolazione italiana.

 

Neppure 27.000 “poveri”?
Sempre in base a dati ministeriali d’inizio settembre, la condizione di povertà è stata infatti riconosciuta a poco meno di 27.000 persone (26.863) per un totale di circa 6.500 nuclei familiari che percepiscono in media 334 euro al mese. Come? Attraverso un’altra carta acquisti ricaricata con cadenza mensile. Tutto questo con l’esclusione di Roma che, tra i Comuni campione, è risultata in ritardo a causa delle amministrative del 2013 che hanno fatto slittare i tempi per la consegna della domanda.

 

Catania, Palermo e Torino: tutto esaurito
Da notare, poi, che le città che hanno registrato il tutto esaurito del budget disponibile sono risultate Catania, Palermo e Torino mentre tutti gli altri centri sotto sperimentazione hanno accolto domande che non saturano le risorse stanziate facendo chiudere il 2014 – al netto della mancanza dei dati di Roma – con poco più di 38 milioni erogati. Particolari, da questo punto di vista, i casi di Firenze e Venezia che distribuiscono rispettivamente solo un quarto e un terzo degli importi a disposizione.

Provvedimenti “tappabuchi”
Perché? Per Maurizio Ferrera, docente di scienza politica alla Statale di Milano e fondatore del sito Secondo Welfare, il motivo sta nel fatto che si tratta di “provvedimenti isolati, che rispondono solo alla logica del tappare i buchi” mancando – secondo quanto detto a Redattore Sociale – una piena attuazione del Sia. E di avviso analogo sono gli artefici di un progetto presentato a luglio 2013, il Reis (Reddito di inclusione sociale), targato Alleanza contro la povertà in Italia. Altrettanto critici con il Sia, ma anche con i suoi precedenti (come il reddito minimo d’inserimento del 1998 e il reddito di ultima istanza del 2004), per l’Alleanza, come riportato da Vita, uno dei motivi del flop degli esperimenti passati starebbe nella “sottovalutata capacità delle amministrazioni locali di usare i fondi assegnati come investimento e non come spesa corrente”. Soluzione? Il Reis, una “misura nazionale rivolta a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia” che richiederebbe tuttavia quattro anni per arrivare alla piena attuazione e che è tornato a essere proposto, in una seconda versione, a metà ottobre 2014.

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto