LA PSICOLOGA – Mio figlio di 22 anni aggredisce me e il padre, come intervengo?

Gentile dottoressa,
sono la mamma di un ragazzo di 22 anni che frequenta l’università e che vive ancora in famiglia. Dopo un forte litigio col padre, da quest’estate si ignorano completamente e io, per non perdere i contatti con lui, cerco invece di mantenere la comunicazione e lo assecondo nelle sue richieste, ma ho notato che in quest’ultimo periodo ha iniziato a essere prepotente anche con me.

Premetto che quando era piccolo, per motivi di lavoro, siamo stati costretti a lasciarlo spesso con i nonni, che lo hanno viziato e che talvolta ci hanno apertamente criticato nella sua educazione.

Riconosco di essere una madre un po’ apprensiva e forse non lascio troppo spazio al padre, intromettendomi nelle loro discussioni e prendendo le parti di mio figlio, ma non sopporto più questa situazione e mi sto domandando se sia il caso che ci facciamo aiutare da uno psicologo.
Lisa, Udine

Gentilissima Lisa,
mi rendo conto che ora la vostra situazione familiare sia carica di tensioni e che sia molto difficile per lei, che ha il doppio ruolo di moglie e madre, riuscire a sostenerla.

La funzione genitoriale

I genitori hanno il compito, tutt’altro che semplice, di educare i propri figli e nessuno in questo può sostituirli. Nella vostra famiglia, i nonni hanno avuto un ruolo importante e probabilmente talvolta si sono sostituiti a voi nel ruolo genitoriale, criticandovi e svalutandovi agli occhi di vostro figlio.

È importante che vi riappropriate del vostro ruolo, sostenendovi vicendevolmente di fronte a lui e che stabiliate solidi ma permeabili confini dentro e fuori la coppia, in modo che l’invasione della famiglia allargata non metta a rischio la vostra unione familiare.

Il ruolo del padre e della madre

Quello paterno e quello materno sono ruoli distinti e complementari che, in uno sforzo di cooperazione e comprensione reciproca, operano con l’obiettivo di educare il figlio. Se un padre e una madre sono presenti entrambi in una famiglia, entrambi devono avere la possibilità di esplicitare i loro diversi ruoli.

Il codice affettivo materno è improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza e il codice etico paterno è espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta all’autonomia, fondamentali per garantire un’equilibrata costruzione dell’identità.

È auspicabile che questi due ruoli siano presenti in modo differenziato e non confuso, così che il figlio abbia la possibilità di confrontarsi con due modalità diverse ma coerenti, attraverso regole chiare anche se non inflessibili.

È quindi sbagliato se uno dei due genitori, non riuscendo a concepire uno stile educativo diverso dal proprio, anzichè confrontarsi con il partner continui a comportarsi secondo il proprio criterio, a volte screditando apertamente l’altro davanti al figlio o dando messaggi educativi che vanno in direzione opposta rispetto a quelli del partner: ciò è deleterio, oltre che per la coppia stessa, anche per il figlio, il quale finirà per schierarsi anch’egli verso l’uno o l’altro genitore, svalutando a sua volta l’altro.

In adolescenza la figura paterna è un riferimento importante e ha il compito fondamentale di fornire dei limiti, delle regole che permettano all’adolescente di vivere dentro a strutture di comportamento coerenti e sicure.

Che atteggiamento avere con vostro figlio?

Nella vostra famiglia la figura paterna non ha avuto il giusto spazio, schiacciata tra la modalità intrusiva dei nonni e la sua di madre, definendosi lei stessa apprensiva e lasciando a suo marito poche opportunità in cui coltivare e far crescere la relazione col figlio. È importante che si fidi maggiormente del suo partner e faccia un passo indietro, permettendo i loro spazi di autonomia e, perché no, di discussione, senza intervenire né proteggere suo figlio.

Faccia anche molta attenzione a non assecondare troppo suo figlio nelle sue richieste, favorite probabilmente dai sensi di colpa per averlo trascurato quando era piccolo; ciò non gli permetterebbe di misurarsi, e di imparare a gestire, la frustrazione dell’impossibilità di ottenere ciò che desidera. Crescere significa anche imparare a fare i conti con ciò che non è possibile ottenere e spesso gli adolescenti, se non vengono forniti loro dei limiti, tendono a credere nella loro onnipotenza e ad assumere comportamenti intolleranti e prepotenti.

Può essere certamente utile, se la situazione di chiusura tra suo marito e suo figlio dovesse persistere, chiedere aiuto ad uno psicologo che possa aiutarvi a capire e a superare le cause di tale blocco.

La dottoressa Cristina Pavia è psicologa presso il proprio studio in Bologna e counselor nelle scuole secondarie di primo grado.
Il suo sito internet è cristinapavia.net.
Potete inviarle i vostri quesiti a redazione@consumatrici.it

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